Se parliamo di economia la scuola è in credito

Nei mesi della pandemia la scuola non ha chiuso, è stata un presidio sociale e sanitario che ha saputo reinventare le forme della sua esistenza mantenendo, anche a distanza, la sua funzione con un lavoro del personale del tutto inedito e, va ricordato, in forme impreviste dal contratto, con una capacità di lavoro e un ventaglio di competenze che smentiscono, spero per sempre, anche gli ultimi residui dell’odiosa campagna che indicava nelle/negli insegnanti i primi fannulloni di tutta la categoria delle/dei dipendenti pubblici.
Come tutti i presidi sanitari (soprattutto pubblici), le scuole hanno prodotto un superlavoro, un surplus di impegno, tempo dedicato, creatività e competenza, sostegno affettivo e inventiva culturale. Le scuole non hanno chiuso i battenti ma solo gli edifici.
Come tutta la sanità la scuola era già in credito da molti anni: credito di edifici, di personale, di attenzione politica.
Se in questo momento, dopo l’emergenza determinata dal Covid19, l’economia è in crisi, vogliamo partire dal terreno economico per affermare la centralità della scuola in una ripresa che abbia un disegno di futuro nel quale possa camminare con agio la parte di popolazione che si è da poco affacciata alla vita.
Per risanare il bilancio dello Stato questo credito deve essere esigibile da subito perché riguarda la parte di popolazione che inventerà l’Italia di domani.
Negli ultimi venticinque anni abbiamo lasciato che la scuola venisse erosa in molti modi: manutenzione insufficiente di edifici spesso insufficienti, inadeguati e perfino brutti, investimenti sull’edilizia scolastica spesso miopi e incongruenti, riduzione del personale, riduzione delle risorse e prima di tutto degli stipendi, introduzione di elementi gerarchici e selettivi fin dall’infanzia, cancellazione e mortificazione delle procedure democratiche, abuso del precariato diventato ormai carattere storico, differenziazione localista delle opportunità, esagerato supporto alle scuole private spesso in funzione di privilegio religioso o classista sul territorio.
Ora lo spettro del contagio e la necessità di protezione della popolazione ci costringe a fare i conti con le strutture basilari del vivere: il tempo, lo spazio, le relazioni.
Il tempo non asservito e lo spazio adeguato sono le strutture portanti delle relazioni dentro cui ci muoviamo ed emergono come diritti fondamentali nel sentimento comune della vita, avvertite come condizioni concrete della libertà, pilastri dell’esistenza che davamo per scontati ignorando chi ne era privata o privato perché minoranza socialmente ininfluente.
Una casa sicura in un territorio con servizi adeguati, compreso l’accesso a internet, ha fatto la differenza per la vita di moltissime persone, di moltissimi bambini e bambine, ragazzi e ragazze.
Il rapporto tra spazio, tempo e relazioni è il nodo cruciale che ogni scuola deve risolvere e quindi deve essere centrale per la Scuola come prevista dalla Costituzione dell’Italia repubblicana e democratica.
Se lo stravolgimento dell’economia e la perdita di ricchezza del paese definita dal PIL ci presenta un orizzonte incerto possiamo cominciare a pensare la ricchezza della nazione in termini di BES, che non è la sigla per gli orribili bisogni educativi speciali, inventati per una scuola che ha cancellato il diritto allo studio in nome della competizione per raggiungere un successo formativo certificato da punteggi raccolti come bollini del supermercato.
Il BES è il Benessere Equo e Sostenibile e deve essere il primo indicatore misurato dall’economia, l’indicatore che ridefinisce le priorità del PIL, quel Prodotto Interno Lordo che non è solo variabile quantitativa ma definisce qualitativamente la forma materiale e l’etica del nostro vivere.
Per questo il BES deve essere la bussola che guida tutta la grande e complessa organizzazione scolastica, la più grande e importante istituzione della riproduzione sociale e dalla scuola allargarsi in modo determinante su tutta la società.
Il credito restituito oggi alla scuola diventa moltiplicatore di benessere, e quindi ricchezza, per un domani che è prossimo, come l’età adulta per chi è oggi in età scolare.
Quale scuola per quale società?
Scuola, nel senso originario greco di Skholé, significa tempo libero e in questa direzione è stato pensato e conquistato il diritto allo studio, come tempo liberato dal lavoro, e quindi dal lavoro minorile, dalle incombenze domestiche, dagli obblighi della condizione sociale e familiare, dalle limitazioni della condizione personale.
Il diritto a un tempo in cui crescere, personalmente e insieme, per trovare la propria strada nel mondo.
Il nostro mondo è un paese democratico che si è unito ad altri paesi democratici in un territorio geografico diventato configurazione politica.
La democrazia, come espressione di cittadinanza progressivamente egualitaria per tutta la popolazione abitante, è stata conquistata nella seconda metà del Novecento contro il progetto di una società gerarchica, sessista, classista, schiavista, razzista, che fascismo e nazismo pretendevano di sedimentare in Italia e in Europa, usando armi, violenza e guerra di conquista.
In una democrazia la scuola è il luogo centrale della riproduzione sociale, quindi uno spazio-tempo in cui imparare, insieme a tutti i linguaggi elaborati dalla cultura, la cooperazione, la gestione nonviolenta dei conflitti, il dibattito delle idee, le relazioni paritarie e rispettose, la cura e manutenzione dell’ambiente, la responsabilità del proprio agire e il rispetto per il lavoro a cominciare da qualsiasi lavoro di servizio.
Ho usato il presente e non il condizionale perché questo è il dettato costituzionale, invece le piccole riforme hanno avvicinato lentamente la scuola al dettato costituzionale nei primi trent’anni della repubblica e poi le generazioni cresciute a partire dagli anni ’90 hanno vissuto la ferocia dello slittamento da diritto allo studio a successo formativo, camuffato sotto l’imperativo di efficacia ed efficienza, costrette/i dentro misurazioni di livelli, educate/i alla competizione, in corsa per quella selezione che la vita già di per sé impone con la sua onesta ferocia e che una civiltà democratica dovrebbe, appunto, correggere.
Quale società vogliamo è una domanda fondamentale per decidere come deve essere la scuola.
I tagli alle risorse scolastiche, in termini di personale prima di tutto e poi generati dall’omissione di interventi,
non hanno migliorato la tenuta economica del paese, anzi, il tesoretto risparmiato è stato completamente dissipato da molte pratiche deficitarie, per usare un eufemismo, sia pubbliche che private, con responsabilità politiche a cui si legano indissolubilmente quelle di tutta l’evasione fiscale.

RISORSE A DISPOSIZIONE
I mesi del lockdown ci hanno mostrato la capacità della popolazione di condividere e attenersi a direttive generali rispondendo alle urgenze, ai bisogni e al mutamento della vita quotidiana con le risorse a disposizione: pratiche solidali, intelligenza collettiva e tempo devoluto oltre ogni dovere, hanno sopperito alle mancanze assenze titubanze incertezze, anche giustificate, di chi aveva responsabilità varie di governo del e sul territorio.
Il continuo richiamo all’economia delle piccole medie imprese come carattere di una capacità produttiva diffusa e spesso capace di innovazione e di tenuta sul mercato nazionale e internazionale è un indicatore che può valere anche per tutta l’economia della riproduzione che è, della precedente, sostegno e motore.
Le case sono state luogo di sopravvivenza e resilienza, non solo cura delle persone ma supporto e continuità dell’economia stessa nella parte di comunicazione, servizio, conservazione e, letteralmente, connessione.
I lavori della riproduzione sociale: sanità, scuola, pubblica amministrazione, hanno rappresentato l’ossatura di una tenuta sociale ammirevole e, non casualmente, si tratta di lavori con personale a maggioranza femminile, com’è spesso nelle strutture di servizio alla produzione, anche nel privato, e vale per tutte l’esempio delle commesse nei supermercati.
In questo contesto più generale la scuola è centrale perché a scuola si imparano regole procedure valori orientamenti, che riproducono poi la società e le risorse che ne sostengono l’esistenza.
La società di cui la scuola dovrebbe essere istituzione riproduttiva è già definita nei principi costituzionali, ma la transizione da una scuola fortemente classista, sessista e razzista, alla scuola della repubblica democratica è stata lunga e non è ancora compiuta.
Il sessismo resiste non solo nelle forme e contenuti ma proprio nella segregazione lavorativa che vede nella scuola una stragrande maggioranza femminile che, esattamente secondo i principi patriarcali, è deputata alla riproduzione dell’esistente e a svolgere un lavoro indispensabile nelle condizioni di marginalità culturale e sfruttamento economico tradizionalmente caratteristiche dell’immissione femminile nel mondo del lavoro capitalista.
La presenza e i successi femminili nella scuola troppo spesso non si traducono in consapevole lettura delle relazioni tra i sessi e del costruirsi di identità che, cancellando la storia politica delle donne e il mondo della storica capacità femminile di gestione del quotidiano, sottraggono a maschi e femmine aspetti fondamentali della cultura deformando la complessità del mondo in una visione riduttiva del reale.
Il classismo è tornato nella progressiva crescita dei costi per i gradi superiori dell’istruzione, con un corollario di razzismo, ovviamente implicito, nei confronti di bambine e bambini arrivate dai recenti flussi migratori e non solo.
Il classismo si è camuffato con le parole “merito” e “successo”, che minano alla base il diritto alla libera scoperta dei propri talenti attraverso lo studio e il dovere della repubblica di rimuovere gli ostacoli che lo impediscono.
Il razzismo, che fino agli anni ’70 escludeva dalle scuole pubbliche le persone che oggi definiamo disabili, con un eufemismo curioso visto che le abilità non sono comunque alla portata di tutte e tutti, per quell’impasto sempre singolare tra le nostre inclinazioni e possibilità dentro cui si disegna progressivamente la nostra storia personale, oggi torna con la passione per le diagnosi e la delega, di chi è assoggettato/a alla definizione, alle tante figure del precariato educativo spesso mortificato anche nelle competenze e nel ruolo dentro una scuola che si è appassionata alla gerarchia, come spesso accade a chi deve suddividere magre risorse e un potere più immaginario che reale. 
Sono solo spizzichi di esempi ai quali aggiungo l’educazione ambientale, che non si impara solo perché diventa parte integrante di programmi disciplinari, come qualsiasi nuovo modo di guardare il mondo, che sia scientifico, artistico, politico, ma deve definire il modo di abitare la scuola, nell’uso e manutenzione degli spazi esistenti, nell’invenzione/ricerca di nuovi e inediti spazi, nella gestione condivisa degli spazi come bene comune di cui ogni soggetto può essere corresponsabile, nella connessione degli spazi, e quindi di chi li abita nel tempo scolastico, con il territorio in tutte le sue espressioni, sociali, culturali, economiche.
Eppure l’ambiente insieme all’uso del tempo e dello spazio sono la base del nostro vivere e quindi vanno sperimentate nella loro sostenibilità, utilità e libera apertura delle possibilità proprio nella scuola, luogo in cui si deve poter crescere con quella sicurezza e protezione di cui oggi si tende a vedere solo la dimensione difensiva ed emergenziale.
Il tempo scolastico è una delle strutture portanti dentro cui siamo cresciute/i, a cui si assoggettano i sistemi famigliari e perfino, in parte, quelli produttivi, perché diventa una forma interiorizzata, una scansione dei giorni e delle stagioni, un ritmo dell’agire umano.
La necessità di lottare contro il coronavirus non ha soltanto, e certamente, sottratto il diritto all’istruzione ma, chiudendo la scuola, ci consente di vedere con chiarezza le strutture riproduttive della nostra società, tra le quali la scuola, insieme a sanità e pubblica amministrazione, è la più importante e pervasiva.
Non possiamo pensare alla riapertura delle scuole con pensieri riduttivi e progetti angusti come se si trattasse di riordinare lo stanzino delle scope: la scuola è la casa comune che abitiamo per una parte fondamentale della nostra vita e diventa una forma dei nostri pensieri.