Visionarie concrete. Le donne che hanno fatto l’Italia repubblica fondata sul lavoro

Fare memoria in forma collettiva in un tempo e in un luogo significa generare ricordi.

Siamo qui per generare ricordi convergenti e condivisi: ricordare una donna, Italia Riccelli, non significa fare della sua storia un frammento della nostra memoria come se fosse la tessera di un mosaico.

La memoria determina i nostri orientamenti, è una bussola che ci guida, talvolta ricordare una persona, un dettaglio, significa modificare la visione d’insieme.

I ricordi di oggi saranno condivisi solo se le parole che esprimiamo e ascoltiamo saranno generatrici di nuove consapevolezze, se apriranno dentro di noi nuovi spazi di pensiero, se illuminando il passato genereranno visioni portatrici di azioni nel presente.

Ricordare una donna significa illuminare un pezzo di storia delle donne e il modo con il quale questa storia interroga le narrazioni tradizionali che hanno relegato le donne a sfondo invisibile nella grande storia a guida maschile. Significa anche districarsi dagli stereotipi e capire come questa donna si è districata dagli stereotipi del suo tempo, quanto è stata fautrice della costruzione di esistenza libera anche attraverso la propria professione.

In questo senso fare memoria diventa una scelta di direzione nell’orientamento del vivere.

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Stereotipi di genere e cultura: una lunga durata

Testo pubblicato in: Roberta De Pasquale (a cura di), Liberi da stereotipi. Educhiamo al rispetto, costruiamo parità, Bergamo University Press, Sestante Edizioni, Bergamo 2020

Quando, intorno alla metà del X secolo, Adalberone di Laon[1]fissa l’immagine di un ordine sociale diviso tra coloro che pregano, coloro che combattono e coloro che lavorano, semplificando la complessità del nascente mondo feudale nella teoria statica che mette ognuno al posto decretato da Dio, è evidente che le donne non ci sono.

Le donne sono le invisibili, in ognuno dei tre ordini, perché a loro è affidato il compito di riproduttrici, più vicine al mondo animale che a quello umano, di cui rappresentano l’imperfezione, per una convinzione che arriva dalla cultura greca, attraversa la storia romana e sopravvivrà intatta fino al Settecento.[2]

Adalberone registra e fissa un’assenza, traghettando nella nascente società europea, che si sta formando intorno a nuove e diverse centralità politiche, una diversa cultura religiosa, nuove lingue locali, un’idea dell’esistenza femminile come accessoria che arriva fino a noi.

L’invisibilità è il primo fondamento culturale degli stereotipi di genere e sessisti, perché l’invisibilità è la pagina bianca su cui si può scrivere senza tener conto della realtà.

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Va in scena la guerra: miti, riti, uniformi e resistenze di donne dietro al fronte (1915-1918)

Rosangela Pesenti

 
Abstract
 
La guerra unifica in un corpo maschile compatto ciò che il tempo di pace divide e le donne vengono assoggettate ai ruoli di servizio, diventando le tessitrici di un immenso apparato di riparazione dei corpi e dei territori feriti.
Viene rilanciato il mito della complementarietà dei generi e sarà l’immagine della crocerossina a completare il grigioverde del soldato, soprattutto quando l’enorme quantità di feriti richiederà, oltre al potenziamento delle strutture ospedaliere, la produzione di immagini rassicuranti finalizzate al contenimento emotivo di ogni dubbio sul valore della meta finale.
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Parole da casa: abbiamo conquistato l’emancipazione, ora usciamo dal patriarcato

Dietro di noi abbiamo generazioni di donne che hanno lottato e lottato e lottato, in casa e fuori casa, in solitudine e in collettività politiche, per salvare la propria vita, per la vita di tutte le donne, per la vita di tutti i nati e nate da donna sul pianeta, per la vita del pianeta.
Veniamo da una lunghissima storia di conquiste e sconfitte e la sconfitta delle donne ha sempre significato sconfitta di una società intera, guerra, morte, distruzione, genocidio, paura.
Abbiamo ricominciato ogni volta da noi, dalle nostre case, dalle nostre, vite, cambiando relazioni, quotidianità, leggi.
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Alle 21 Donne della Costituente: noi, eredi riconoscenti

Molti anni fa Lidia Menapace nel necrologio per la morte della madre scrisse di essere contenta di aver avuto come madre non una madre simbolica, non una madre badessa, non una regina madre, ma una ragazza emancipata allegra e ironica.
A noi ragazze ricordava sempre che sua madre si definiva una ragazza emancipata durante il fascismo, quando l’aggettivo significava puttana e perciò le figlie ragazzine si stupivano un po’ imbarazzate.
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