Buon ferragosto!

 Il nitido furore che mi prende
per tutto l’inutile dolore
che rattrappisce il mondo
nel dominio avaro
di ogni ghigno immondo
si scioglie nel silenzio smemorato
del clima che si fa atroce
generato dall’iperbole di morte
di chi si sente produttore di creato
Respiro ancora
immobile nella luce dell’abbaglio
che fa la terra oscura
eppure non mi arrendo al buio
in fondo ad un cassetto ci sarà certamente
un utile scampolo di coraggio
da cucire

 

Tra il corpo e la parola (intervento a Pieve di Cento per “Le amiche di Rossella”)

In corso di pubblicazione 

Genocidio simbolico

Ho scelto il titolo “Tra il corpo e la parola”, per questo intervento, per ricordare la connessione tra la lunga durata del genocidio simbolico delle donne, nella lingua e nella trasmissione culturale istituzionalizzata, e l’uccisione di donne: uno stillicidio costante che ancora non trova spazio adeguato nella cultura diffusa ma resta confinato alla cronaca, alla denuncia, al lavoro dei tribunali. Nel lento mutamento della legislazione che regola le relazioni tra donne e uomini persistono nella mentalità dispositivi del dominio maschile che stabiliscono le regole non scritte della sessualità, della libertà personale, del servizio gratuito di cura della vita a danno delle donne, che pagano troppo spesso con la vita la decisione di sottrarsi per esercitare quei diritti civili e sociali che si dice siano il fondamento delle società democratiche.

Di che cosa parlo? Di quella lingua parlata dal mondo in cui continuano ad essere scritte le regole del dominio maschile e consolidati i dispositivi che ne consentono la riproduzione.  Gli edifici parlano, la distribuzione delle risorse è evidente, i corpi si esprimono nella prossemica di distanze e vicinanze, dislocati nelle strutture spaziali che registrano ancora forme di dominio e gerarchia che non provengono dalla cultura collettiva delle donne, ancora misconosciuta e relegata nell’insignificanza.

“Le amiche di Rossella” evocano un cerchio affettivo intorno alla memoria di relazioni ferite da un delitto di femminicidio, una necessità di trovarsi insieme non solo per sostenersi a vicenda, non solo per elaborare un lutto, ma per proporre una diversa forma politica delle relazioni umane. In cerchio si possono riconoscere autorevolezze, diversità, asimmetrie, ricostruendo continuamente la circolarità della conversazione che fonda la possibilità di gestione nonviolenta dei conflitti.

Non basterà una generazione di donne per smontare la struttura simbolica del patriarcato che ha definito le leggi e le forme del pensiero, l’urbanistica e l’ambiente, colonizzando a lungo il modo di pensarsi delle femmine nel diventare donne (e dei maschi nel diventare uomini), spostando il femminile nell’insignificanza, asservita o ancillare al maschile, dalla dualità originaria della reciprocità asimmetrica attraverso la quale si attiva la riproduzione umana, insieme biologica e culturale.

La colonizzazione dell’immaginario è un processo subdolo e solido: subdolo perché affidato prevalentemente a dispositivi inconsci “educati” fin dalla nascita; solido perché l’inconscio è parte costitutiva della forma materiale inscritta nel mondo che abitiamo, continuamente rimodellata dai sistemi relazionali.

Forzare le forme, sorprenderle, rimodellarle, attraversare i confini, abbattere le divisioni artificiose costituisce l’insieme delle pratiche politiche, vissute nella concretezza delle vite e nelle lotte pubbliche, sperimentate dalle donne per tracciare insieme una strada di comune liberazione.

Pratiche diffusamente sperimentate ma non da tutte e raramente da condizioni di gestione di responsabilità e potere nelle cui forme tradizionali veniamo perfino involontariamente catturate.

Nei luoghi di responsabilità troppo spesso le donne si adattano a riprodurre l’esistente, alla convenienza di un posto per sé garantito dall’insignificanza del proprio genere eppure, anche se con piccoli passi, ci muoviamo tutte contro la riduzione della nostra vita che può arrivare fino alla condanna a morte.

Siamo qui, simbolicamente in cerchio con le amiche di Rossella, perché più generazioni di donne hanno lottato e vinto sul terreno della parità immettendo contemporaneamente nella struttura simbolica patriarcale la differenza che rappresentiamo con il significato storico dei nostri corpi reali.

Siamo qui riconoscendoci reciprocamente autorevolezza per registrare e interrogarci sulla sconfitta rappresentata da ogni donna uccisa, da troppe donne uccise, dalla violenza che invade le nostre vite e viene di nuovo legittimata nelle relazioni tra le persone come tra le popolazioni.

Lidia Menapace scriveva tanti anni fa, quando io ero ancora una ragazza, che il primo genocidio delle donne è il genocidio simbolico, la cancellazione del femminile dalla lingua, la cancellazione delle donne dalla storia, la cancellazione delle donne dai luoghi: le donne vengono cancellate dall’urbanistica come dalla toponomastica e viene cancellato tutto il lavoro di manutenzione degli spazi e cura delle relazioni che abbiamo definito casalingato come se si trattasse di attività marginali e irrilevanti e non quello che sono davvero, attività indispensabili alla conservazione e riproduzione della vita della nostra specie.

Questa sala è molto bella esteticamente ma qualcuno l’ha pulita, il tavolo è nero e senza polvere. perciò non sono io la persona importante qui oggi, siamo noi e per noi intendo anche le persone invisibili, che lavorano per noi che siamo qui a parlare. O siamo tutte queste persone o non siamo. Questo è il primo passaggio del simbolico che può incidere e mutare la realtà se cominciamo a pensarci come parte di un ecosistema che richiede cura.

Dobbiamo guardare il luogo reale che abitiamo per individuare e capire come sia possibile riprodurre la cancellazione delle donne, altrimenti le nostre parole diventano solo la ripetizione di slogan che pacificano il perbenismo, lievemente disturbato dal reiterato crimine del femminicidio.

Il Cavaliere

Entrando qui mi sono imbattuta, ai piedi delle scale, nel “Cavaliere che difende la cultura” e ne sono rimasta colpita: una scultura che rappresenta un corpo maschile su cui i libri si fanno armatura. Ho pensato prima di tutto: perché il cavaliere, perché non il contadino o, più didascalico, un monaco? La grande cultura dell’occidente ai tempi dei cavalieri analfabeti è stata la cultura contadina di donne e uomini che hanno conservato, tramandato, affinato tecniche agricole salvando territori dal crollo di imperi e passaggi di eserciti.

La questione della visibilità o invisibilità del lavoro agricolo resta centrale anche oggi, dietro il sistema distributivo asettico che ci immette nel consumo smemorato dei supermercati.

La documentazione storica non ci parla di cavalieri particolarmente colti e certamente nell’immaginario colto nessun cavaliere legge un libro senza una dama accanto, che magari insegna e corregge. Se entra una bambina in questa biblioteca, e mi auguro ne entrino moltissime, che cosa vede? Un maschio armato (perchè tale è un cavaliere) è il titolare della cultura che può farsi arma e quindi dice che la cultura non va diffusa ma difesa. Difesa da chi? Contro chi si arma il cavaliere? La cultura diventa un castello murato con accessi selettivi? Quale cultura viene difesa fino a diventare offesa? Un insieme di significati che richiama la struttura medievale dei tre stati secondo la teoria di Adalberone[1]: coloro che pregano, coloro che combattono, coloro che lavorano. E le donne? Le donne fanno i figli. La figura del cavaliere viene da quel tempo, che in Europa è stato cancellato da qualche rivoluzione per fortuna, anche se persiste come titolo nel riconoscimento di merito e valore morale tra le onorificenze della nostra Repubblica democratica, a segnalare la lunga durata del simbolico patriarcale e gerarchico anche nella repubblica fondata sul lavoro e contraria ad ogni discriminazione.

La statua all’ingresso della biblioteca è un messaggio oggettivamente discriminante per sesso, condizione sociale e perfino razza, parola aberrante e senza alcun fondamento nella specie umana che ancora persiste e agisce nell’immaginario culturale insieme alle altre discriminazioni.

Sono contraria ai gesti iconoclasti ma contemporaneamente proprio la democrazia impone di fare attenzione ai messaggi veicolati negli e dagli edifici pubblici. Ci sono certamente altre opere da mettere sulla soglia di una biblioteca oggi.

So che è sgradevole commentare negativamente un luogo di cui si è ospiti ma il tema che mi è stato affidato mi impegna ad una responsabilità che non può sottrarsi ad un preciso posizionamento nel mondo. La mia non è una provocazione, è un’osservazione per portare alla riflessione collettiva l’immagine che entra nel nostro immaginario muta e potente attraverso lo sguardo.

Pensando all’immaginaria bambina che incontra il cavaliere entrando in biblioteca voglio ricordare le bambine che più di cento anni fa hanno organizzato da sole uno sciopero. Sono le “piscinine” di Milano, bambine dagli otto ai quindici anni che lavoravano come aiutanti nelle sartorie milanesi e correvano in giro per la città portando gli abiti a destinazione per un salario meno che misero. La mobilitazione spontanea del 1902 coinvolse più di quattrocento lavoranti.

Organizzarono lo sciopero da sole, senza l’appoggio nemmeno della Camera del lavoro, guidate da Giovannina Lombardo, di quattordici anni.

In un libro che elenca tutte le leggi che riguardano le donne dall’unità d’Italia al 2023[2] intervallate dalle lotte di quel movimento di lunga durata che oggi definiamo complessivamente femminismo, ho messo anche questo episodio perché testimonia come l’istanza di libertà e giustizia rinasce continuamente in modi e forme impreviste e inarrestabili.

Erano bambine prevalentemente analfabete, eppure hanno saputo agire con la consapevolezza della propria dignità di lavoratrici. All’ingresso delle nostre biblioteche dovremmo mettere il ricordo dell’infanzia sfruttata che ha rivendicato diritti oggi basilari per le nostre vite ma purtroppo ancora inesigibili per troppe vite.

C’è una fortissima resistenza al mutamento dell’immaginario che definiamo sinteticamente patriarcale e per questo è così difficile prevenire la violenza.

Amicizia tra donne

Nelle iniziative che si fanno intono al tema della violenza maschile contro le donne si crea spesso un bel clima fatto anche di connessioni impreviste tra gli interventi. Oggi, per esempio, mi è piaciuto ascoltare le due assessore di Pieve e Cento raccontare l’impegno per il superamento del localismo che ha generato spesso conflitti tra i due paesi vicini. Poi hanno aggiunto: “siamo diventate anche amiche” mostrando come l’impegno comune possa diventare molto più di un patto politico. Mi hanno ricordato un passaggio dell’autobiografia di Tina Anselmi in cui parla della relazione di amicizia con alcune comuniste, tra cui Giglia Tedesco[3]. L’amicizia tra una democristiana e una comunista, nata dalla collaborazione per mutare la legislazione del nostro paese realizzando il dettato costituzionale.

C’è un’intera storia di amicizie politiche tra donne, dentro la straordinaria alleanza cresciuta negli anni della resistenza al nazifascismo, che ha generato la democrazia italiana.

Dalla Seconda guerra mondiale esce un ceto politico femminile straordinario, diviso nell’appartenenza partitica, ma unito nel desiderio di affermare l’emancipazione femminile nella rinascita del paese.

È una storia di lunga durata, più lunga di quella della repubblica e perfino dell’Italia unita, una storia considerata meno che marginale, frammentata nelle informazioni che non ne registrano la sotterranea continuità. E’ una storia di amicizia e alleanza tra donne che arriva fino ad oggi.

Vorrei dare alle nostre assessore il compito di affrontare il cavaliere, anche se non è in mio potere dare compiti in questo contesto.

Sarei soddisfatta se potessi convincere assessore e assessori a eliminare stereotipi mistificanti come convincevo alunne e alunni a fare i compiti senza usare il registro come arma impropria.

Questa affermazione vi fa sorridere e sono contenta perché la nostra lotta ha bisogno di risate collettive che leniscano le troppe lacrime delle donne che ci hanno precedute.

La capacità di ricominciare a sorridere insieme dovrebbe diventare il cemento delle nostre lotte, la tenacia duratura del patto per cambiare in meglio ogni vita.

Le donne sono generatrici di vita, sono il fondamentale fattore riproduttivo ben oltre la gestazione e il parto di figli e figlie, perché si sono occupate, e per molta parte se ne occupano ancora, della riproduzione domestica e di quella cura e facilitazione delle relazioni umane che consente la riproduzione culturale. Siamo riuscite a cancellare le leggi che garantivano la proprietà riproduttiva ai maschi ma non siamo ancora riuscite a stabilizzare l’etica egualitaria per la quale le leggi dovrebbero garantire a ogni nata e nato le stesse possibilità.

La materiale concretezza del mondo ci parla ad ogni angolo di un abitante neutro che quindi è maschio e “abile”. Il neutro maschile ha trovato la parola “disabile” come finta inclusione e azzeramento, di fatto, delle specificità di corpi che non trovano posto nella società, disegnata a misura di astrazioni mentali che non contemplano l’esistenza umana nelle diverse età e condizioni a cominciare da quella metà (o più) femminile che è costitutiva della specie.

Nei bagni degli edifici pubblici non ci sono mai distributori di assorbenti, eppure le mestruazioni sono un vissuto mensile costante dei corpi femminili dal menarca alla menopausa. Spesso non ci sono nemmeno ganci per appendere borsetta o borsello, appoggiare un cappotto o un qualsiasi accessorio.

Negli anni ’70 uno slogan recitava: “Se gli uomini partorissero l’aborto diventerebbe un sacramento”. Oggi non direi “se gli uomini avessero le mestruazioni” ma se la parola mestruazioni comincia a essere nominata cambia l’immaginario e forse anche i bagni. 

Quando a scuola cambi la posizione dei banchi cambia l’immaginario relazionale. Anni fa quando colleghe e colleghi, allieve e allievi, affermavano che, ovviamente, la parola uomo comprende anche le donne, proponevo di scrivere tre aggettivi relativi all’uomo primitivo. Un giochino che ho fatto per più di trent’anni, talvolta anche nei lunghi viaggi in treno, ai tempi in cui i treni erano ancora luoghi civili e si parlava. Gli aggettivi connotavano sempre inequivocabilmente un’immagine maschile   e per giunta stereotipata proiettando sul “primitivo” qualità negative come ignorante, sporco, rozzo, violento. Smontare il sessismo linguistico significa anche introdurre capacità di analisi critica degli stereotipi storici che ci inducono a pensare il passato come arretrato e il presente come luogo del progresso, illusione irrisa già da Leopardi.

I dispositivi di ogni genocidio simbolico sono mentali e diventano reali nella concretezza materiale delle vite, negli edifici come nelle leggi, fino a realizzarsi nelle guerre e nei genocidi che le accompagnano.

Impedire la memorabilità delle donne è il dispositivo mentale più facile per far tornare in dietro un intero paese, perché quando arretrano i diritti delle donne nessuna conquista democratica è al sicuro.

Mi capita di incontrare giovani donne colte, laureate, che continuano ad essere ignoranti della storia delle donne esattamente come lo ero io cinquant’anni fa perché la scuola e l’università ti immettono in una cultura che ancora cancella le donne e il femminile della specie, così ogni generazione deve cominciare da capo la propria ricerca spesso senza appigli e fonti sicure nonostante la nostra vita sia ormai dominata dai mezzi di comunicazione.

Dalla consegna delle firme per la legge di iniziativa popolare contro la violenza al cambiamento della legge, con lo spostamento dai reati contro la morale a quelli contro la persona, sono passati quasi vent’anni, da ragazze siamo diventate donne e abbiamo imparato a denunciare ma il fenomeno della violenza continua a infestare le nostre vite.

Casa e lavoro non sono ancora diritti certi per le donne e questa condizione aggrava spesso la condizione di una donna che vuole sottrarsi alla violenza domestica o semplicemente mutare scelte di vita.

Matrimonio, sessualità, stereotipi

A lungo il matrimonio è stato per le donne vincolo costrittivo, contratto sottoscritto per la propria minorità, per la cessione del proprio potere riproduttivo, per la sottomissione sessuale e lo sfruttamento nel lavoro domestico.

La mia generazione, quella delle giovani negli anni ’70 non è stata la prima, nella lunga storia del femminismo, a rivendicare il libero amore, scandalo dei benpensanti, come liberazione dell’amore dai vincoli di opportunismo economico, asservimento sessuale e sfruttamento dei corpi.

Oggi ci sono ragazzine che tornano a vivere il controllo maschile sul corpo come segno d’amore, che si vantano di decidere liberamente il proprio asservimento e vengono rilanciati i ruoli femminili tradizionali come garanzia di buona vita e sicurezza.

La libertà è inscindibile dalla responsabilità che si fonda sul senso del limite. Molta parte della produzione comunicativa anche ludica offre a ragazze e ragazzi immagini di relazione tra dominio e pornografia della sottomissione, esibizione di potere senza responsabilità e mercificazione di sé senza potere.

Ai miei tempi (che non sono quelli di Berta che filava) la chiesa cattolica faceva ancora la sua parte per la conservazione di un modello di matrimonio fortemente asimmetrico legittimato nel sacramento e la legislazione ha cominciato a liberarsi, grazie alle nostre lotte, solo nel 1975, con l’adeguamento del diritto di famiglia al dettato costituzionale ma ricordo che una straordinaria teologa come Adrianna Zarri, a proposito dell’indissolubilità del matrimonio (anomalia contrattuale, di fatto, e quindi morale), già scriveva (cito a memoria) che “se due persone sono in sintonia e si amano il sacramento accade, ma può succedere che due persone, anche se sono sposate regolarmente in chiesa, il loro matrimonio non sia un sacramento”.[4]

Dovremmo ricordare e rileggere le parole limpide e laicamente femministe di questa monaca eremita invece di esaltare i soliti “patriarchi gentili” (come li definiva Lidia Menapace) che finalmente condannano la guerra ma nemmeno tanto subdolamente continuano a condannare l’autodeterminazione delle donne nelle scelte sessuali e riproduttive.

Negli ultimi vent’anni il patriarcato, la cui morte è stata decretata troppo frettolosamente negli anni ‘90, ha ripreso terreno e perfino credibilità, certamente tra i maschi ma anche tra le ragazze se alcune possono dire perfino: “se mi tira i sassi va bene perché vuol dire che mi cerca”. Quanto sono consapevoli, queste ragazzine, che ogni gesto è sempre dentro un continuo scambio simbolico attraverso il quale si costruisce e si scambia valore sociale? Se considero uno sgarbo (per dirlo in modo riduttivo) come gesto d’amore significa che il mio valore sociale è quasi nullo e la mia nullità è il piedestallo per chi considera alto il valore della violenza nell’affermazione di sé.

L’amore è un campo semantico instabile e mai definitivo: oggi occorre un’alfabetizzazione amorosa in cui libertà e rispetto siano fondamenti delle relazioni e sia escluso il possesso e il dominio.

Questa è la rivoluzione delle donne, una rivoluzione pacifica fondata sulla cura delle relazioni ma anche sull’autodeterminazione e la libertà di scelta.

Abbiamo risemantizzato l’amore e le sue regole mutando le leggi e sovvertendo le rigidità identitarie nelle strutture famigliari: un processo di liberazione non semplice e mai lineare, agito dalle donne, che ha investito tutti.

Oggi siamo dentro un’economia capitalista dello scambio simbolico. Il capitalismo, dopo aver conquistato un intero pianeta per farne un uso insostenibile è alla conquista delle menti attraverso i sistemi comunicativi per facilitare l’assoggettamento dei corpi nella produzione stessa dei sistemi.

Ho cresciuto due figli negli anni ’80 sperimentando l’abbattimento degli stereotipi attraverso l’offerta ludica. Tra i loro giochi c’erano bambole e passeggini, cucine e lettini insieme a creature come Skeletor, supereroi e robot, casette insieme al mondo avveniristico di Eternia, dinosauri e peluches, travestimenti di tutti i tipi insieme a colori e paste da modellare.

Creature mostruose dormivano insieme a paffuti bambolotti, bambole e dinosauri viaggiavano sul trenino e vivevano avventure combattive negli spazi intergalattici.

Si è trattato di un esperimento pedagogico che intorno a me guardavano con molta diffidenza, anche se non da parte di bambini e bambine che frequentavano con piacere la nostra casa dove, in un pomeriggio estivo, si poteva pasticciare con colori e pennarelli o affrontare l’abilità fine di imparare a cucire con l’ago senza pungersi.

Nei loro primi anni, grazie al suggerimento di un amico artista[5], lasciai che si sbizzarrissero a disegnare sulle pareti di casa, cosa che fece inorridire, mentre mio padre, con la concretezza del muratore, si limitò a commentare che quando avessero smesso sarebbe bastata una mano di bianco. E così è stato.

La domanda più ridicola che mi rivolgevano le altre mamme era se non temevo che i miei figli diventassero gay, ma proprio questa domanda è l’indizio della confusione, che continua ad essere alimentata, tra sesso, orientamento sessuale e connotazioni sociali del genere.

Attingo alla memoria personale non perché consideri l’esperienza in sé paradigmatica ma perché il contrasto degli stereotipi va fatto prima di spiegare cos’è uno stereotipo a scuola e il cambiamento è tale se si sedimenta nella quotidianità della vita, altrimenti rischia di ridursi all’evanescenza di un proclama.

Scuola

Ci sono molte cose che si possono fare e tra queste il cambiamento di mentalità e consuetudini che attiene al piano simbolico delle relazioni tra i sessi può essere a costo zero.

La scuola dovrebbe comunque avere un ruolo centrale per nominare i sentimenti e scoprirne la gestione, sperimentare relazioni nonviolente, imparare ad agire il rispetto di ogni esistenza.

Non si tratta di introdurre una particolare educazione ma di fare dell’apprendimento un laboratorio di vita in cui le materie di studio vengono attraversate criticamente e diventano nutrimento per la propria crescita invece che addestramento all’utile, in cui la valutazione serve a riconoscere il valore,  non ad assoggettarsi alla misurazione che seleziona e gerarchizza persone e saperi.

In un libro molto bello, che racconta passo dopo passo il processo per il femminicidio di Giulia Ballestra a Ravenna,[6] a un certo punto l’autrice, Carla Baroncelli, prima di far parlare la vittima, da voce a Francesca da Polenta, conterranea di Giulia e uccisa tredici secoli prima, che contesta le parole attribuitele da Dante: “Amor condusse noi ad una morte”. “Ma di quale amore parla?” grida Francesca, “Non è stato il mio amore per Paolo che mi ha uccisa, ma l’odio di mio marito. Mi odiava perché non l’amavo, quando invece dovevo sottopormi ai suoi voleri”.

Sono passati i secoli, sono cambiate le leggi ma per le donne la libera scelta e l’autodeterminazione sono ancora condizioni per cui lottare. “Le donne si emancipano, gli uomini restano fermi” conclude Francesca.

La letteratura registra le relazioni umane e può diventare occasione di dibattito, indagata nel suo portato storico e nell’attualità del messaggio letto da occhi nuovi.

Possiamo leggere I promessi sposi come un caso di stalking finalizzato al rapimento e allo stupro, dentro rapporti di classe e di potere che lo rendono impunito.

La scuola dovrebbe essere il luogo in cui si apprendono strumenti per attraversare criticamente ogni materia di studio, ogni testo, dalla letteratura alla storia, dalla filosofia alle scienze per capire come smontare le discriminazioni nel tessuto comunicativo come nella realtà di ogni relazione umana.

Un percorso dal quale siamo ancora lontani anche nelle società cosiddette democratiche.

Oggi non possiamo non interrogarci sui dispositivi di trasmissione del sapere che continuano a legittimare la violenza sulle donne in mille forme apparentemente neutre a cominciare dai contenuti scolastici.

“Vis grata puellae, la violenza è gradita alla fanciulla”, scrive Ovidio nell’Ars amatoria, poemetto in distici elegiaci, nel primo secolo, non è chiaro se prima o dopo Cristo.

Spiega Wikipedia: “Il detto viene usato per indicare un supposto atteggiamento, nel gioco dei ruoli fra uomo e donna nell’ambito della seduzione, in base al quale la donna non potrebbe prendere iniziativa sessuale né tanto meno cedere subito alle “avance” di un uomo, bensì dovrebbe presentarsi come pudica e ritrosa, predisponendosi così, in virtù di questa sua passività, a subire di buon grado l’aggressività sessuale del maschio, in modo da non apparire spudorata. In altri termini, in questa concezione, l’iniziativa sessuale spetterebbe al sesso maschile, mentre la donna non dovrebbe mostrare alcun interesse esplicito per la sessualità; secondo questa interpretazione, la violenza eventualmente esercitata dall’uomo per vincere la resistenza della donna risulterebbe a lei gradita, perché altrimenti non le sarebbe permesso di godere del piacere sessuale”.

Questa descrizione non spiega una frase di duemila anni fa ma una mentalità di lunga durata che persiste nel presente proprio grazie alla trasmissione culturale.

Quasi mille anni dopo la fine dell’Impero romano, in un’Europa in cui sono cambiati i centri di potere, la gestione proprietaria della terra, le forme dell’abitare, la religione e perfino la lingua parlata, mentre emerge la nuova cultura della società feudale si torna a parlare di amore e Andrea Cappellano scrive un trattato sull’argomento in cui si adegua alle distinzioni di classe di Adalberone e spiega che le contadine vanno stuprate perché non conoscono altro modo per far l’amore.

Il tema si dispiega nelle numerose “Pastorelle”, componimento lirico in cui si mistifica il contrasto amoroso tra il cavaliere e, appunto, la pastorella, applicando i dettami di Cappellano sulla normalità dello stupro nell’approccio amoroso maschile.

La letteratura ha dato forma alla persistenza di un immaginario che troviamo presente nei tribunali fino ai nostri giorni e sappiamo quanto sia recente e ancora controversa l’idea che il No di una donna significa No.

Persiste come insulto la frase “Figlio di puttana”, nonostante lo stigma, che rendeva questi figli cittadini di serie B, sia stato cancellato dalle leggi.

La legge sulla prostituzione di Stato, che Rina Macrelli ha definito “indegna schiavitù”[7], rievocando le lotte femministe guidate da Anna Maria Mozzoni, è stata la prima indecente legge dello Stato unitario italiano passata direttamente dall’ordinamento giuridico del regno sabaudo.

Una storia riscattata da Lina Merlin, la più vecchia delle madri costituenti, che ha portato nella legislazione italiana, insieme ad altre, lo sguardo lungimirante di una donna consapevole del grande lavoro necessario a dissodare il terreno per la crescita di un paese fondato sulla libertà e la giustizia sociale.

La scuola dovrebbe essere il luogo di apprendimento della riflessione critica sulla lingua che cela, nel fluire discorsivo, le trappole ideologiche di convinzioni contrarie ai principi costituzionali.

Anche la propaganda recente sull’esercito come normale possibilità di lavoro è contraria alla costituzione e fa parte di quei dispositivi comunicativi che stanno normalizzando la guerra nelle relazioni tra i popoli così come la cronaca normalizza il femminicidio come evento contemplato nelle relazioni di coppia.

Il simbolico è continuamente intorno a noi, è nelle misure con le quali vengono fatti i treni, per le donne le poltrone tendono ad essere più scomode perché vengono fatte sulle misure maschili, le misure dei mobiletti delle cucine, la medicina che studia solo recentemente l’infarto delle donne e non riconosce ancora molte malattie solo perché sono prevalentemente femminili.

Si tratta di un tessuto normale di comportamenti gravemente lesivi ma sarebbe ancora più grave se noi pensassimo che le cose stanno così perché le donne non hanno mai lottato.

Siamo state più spesso cancellate che sconfitte e certo non ci siamo mai date per vinte. Uso il pronome “noi” non perché tutte le donne abbiano lottato, spesso l’hanno fatto minoranze ma certamente le donne che hanno lottato per i propri diritti l’hanno fatto per tutte e quindi per tutti.

Ricordare le lotte che abbiamo fatto: quando, dove, come e perché ce l’abbiamo fatta o siamo state anche sconfitte, è necessario ad ogni nuova generazione che si affaccia al mondo e deve decidere come e quale responsabilità assumere.

La sorellanza non è una dichiarazione ma una pratica a cui dare spessore politico, è la parola mancante accanto a fratellanza nella storia che studiamo eppure è un vissuto che sappiamo riconoscere e di cui vogliamo fare storia.

Lo dobbiamo alle troppe donne uccise per aver alzato la testa.

[1] Il vescovo Adalberone di Laon, attorno al 1025 nel Carmen ad Robertum regem, formula la teoria dei tre ordini suddividendo la società in modo gerarchico e funzionale per garantire l’equilibrio e l’armonia voluti da Dio.

[2] Rosangela Pesenti, Donne e leggi in Italia. Promemoria, Il filo di Arianna, Bergamo, 2023

[3] Tina Anselmi (con Anna Vinci), Storia di una passione politica, Sperling & Kupfer, 2016

[4] Non ricordo il testo da cui è tratta la citazione ma invito a leggere: Adriana Zarri, Dedicato a, Frontiera Editore, 1998, che in occasione dei vent’anni della Legge 194 dedicava: Alle donne che, grazie alla 194, non abortiranno. Ai bambini che, grazie alla 194, nasceranno. Alle donne che, prima della 194, sono morte, vittime di uno zelo intollerante.

[5] L’amico artista era Paolo Pennisi, https://www.paolopennisi.it

Paolo Pennisi

[6] Carla Baroncelli, Ombre di un processo per femminicidio, Iacobelli editore, 2019

[7] Rina Macrelli, L’indegna schiavitù, Editori Riuniti, 1980

Messaggio in tempo reale

Stasera il cielo
mi ha mandato un messaggio
scritto intorno a una nuvola
col filo di luce
dell’ultimo raggio
lo leggo col fiato sospeso
è indecifrabile eppure
sento che qualcosa del giorno perduto
mi è stato reso

 

Principesse e campioni

Nell’anfiteatro quadrangolare del mio microscopico quartiere, quasi sempre silenzioso, le rare voci risuonano e giungono alla finestra del primo piano nascoste dal sipario dell’oleandro rosa generosamente fiorito.
Le rare voci arrivano come battute di prove teatrali ovattate dal velo sonoro di fruscii e cinguettii che definisco silenzio accompagnando qualche presenza infantile.
Le bambine vengono salutate con l’appellativo “principessa”, i bambini sono “campione”.
Per quanto rare le voci che ripetono i due appellativi superano la soglia della mia concentrazione chiamando la mia attenzione.
Le principesse andranno informate che i titoli nobiliari sono decaduti con la nascita della Repubblica democratica e mi chiedo se ci sarà qualcuno o qualcuna capace di spiegare il fatto che sono cittadine, che crescendo avranno diritti e doveri, responsabilità da misurare con i desideri, che fare la principessa è un gioco, una recita divertente tra molte altre.
I campioni sono implicitamente spinti alla gara per diventarlo, come se la vita fosse tutta racchiusa in un campo di calcio. Una spinta brutale che immette nell’età della crescita il fantasma della selezione, l’ansia della competizione.
L’aura vezzeggiante dei due appellativi, propinati con toni affettuosi, nasconde significati aberranti, l’ombra di antiche e rinnovate ingiustizie fondate sul privilegio e l’esclusione, piccoli corpi precocemente infilati in ruoli, mercificati in precoci sottomissioni alla divisa, che sia l’abito scintillante o la maglietta numerata, ingabbiati negli stereotipi che la lingua impone ai pensieri. Si tratta della lingua affettiva, famigliare, madre, che agisce come infibulazione del cervello nella concretezza delle interazioni quotidiane.
Le donne che hanno liberato l’Italia dal nazifascismo e hanno scritto la Costituzione avevano nel cuore l’infanzia e la sua liberazione, dalla povertà materiale come dai vincoli oppressivi del familismo.
Bambini e bambine non sono un investimento la cui rendita certifica la famiglia di un bollino di qualità, sono il futuro che ci cresce accanto.
Stamattina vorrei che la principessa e il campione sperimentassero la libertà di inventare giochi nel piazzale di fronte: aspetto le loro voci liberate come l’ultima, unica, speranza, per questo territorio asservito.

Cultura in sciopero!!!

La forma cooperativa, nata dalla visione di una orizzontalità della connessione tra lavoro umano e risorse in un progetto concreto di maggiore giustizia sociale e democrazia, è mutata in frammentazione dello sfruttamento e quasi schiavizzazione del lavoro.
Questa mutazione ci mostra perfettamente la capacità della forma capitalista, che si fonda sul rapporto coatto tra profitto e sfruttamento, di mutare il significato concreto delle parole usandole come canale di mistificazione della realtà.
Leggi tutto “Cultura in sciopero!!!”

Poesie di maggio

Passano le nuvole
sull’orlo degli universi
mutano le stagioni in una foglia
nel volo di uno stormo
all’incrocio dell’orizzonte
nel saliscendi del sole
nel caffè che brontola
ogni mattina uguale
la solitudine s’addensa di voci
distilla ricordi
connessa al mondo in cui cammino
la vita si fa abitudine
divento parte del mistero
nello spicchio d’universo più vicino
 

Vorrei trovare un verso
con l’anacoluto
perché se non deraglio
non mi cheto
vorrei la metafora assassina
che taglia il verso
con la sua lama fina
viaggiare in un vagone
della me-to-ni-mia
lasciare la ragione
per la follia
vivo in una sineddoche rigorosa
disciplina utile per ogni cosa
scorre l’anafora dei giorni
cerco l’impossibile chiasmo
dei ritorni
 

 

 

Per la pace.

Per la pace firmo qualsiasi appello. Per la pace, il sostegno alla flottilla, la denuncia del genocidio in Palestina e della pulizia etnica in Cisgiordania, contro l’aggressione all’Ucraina e all’Iran, indipendentemente dalla mia distanza politica (un baratro) dai due governi. Contro l’aggressione a Cuba e la vendita di armi. Contro la produzione di armi e la propaganda a favore del militare. Per la pace come orizzonte terrestre in cui vivere sarei disposta a qualsiasi cosa, perché la violenza e le guerre tormentano i miei risvegli e le mie notti, imbrattano la mia vita con macchie di complicità che nessuno potrà togliere.

Per qualche momento ho pensato che avremmo dovuto riunirci, un gruppo di donne vecchie, e fare un gesto estremo di estrema denuncia, ma l’estremo è stato superato da tempo e contro la guerra occorre coltivare incessantemente i semi della vita, della gioia, nuove parole per praticare giustizia, distribuzione equa delle risorse, garanzia di diritti umani, diritto internazionale fondato sul riconoscimento delle esistenze di pari valore.

Contro la guerra c’è un enorme lavoro da fare ancora e ancora.

Per questo ho aderito con convinzione alla proposta di cucire arazzi e bandiere occupando le piazze con un gesto antico e necessario, creativo e collettivo, un gesto concreto diventato metafora per un linguaggio pacifico che rende visibile la molteplicità dell’esistenza umana e la ricchezza dei legami che stringiamo come quotidiano pensiero di vita.

Mi sarebbe piaciuto che la raccolta di firme, se di firme abbiamo bisogno, partisse da noi, dalle duemila donne (circa) che hanno cucito insieme, all’unisono, senza conoscersi, raccogliendosi in gruppi solidali, praticando un artigianato che esprime i pensieri più profondi, i tanti diversi pensieri che ci animano e hanno trovato spazio nei colori, nei tessuti, nelle forme e nella parola che li esprime tutti: Pace.

Ho scritto, perché la parola esprime e ricompone, perché le differenze non vanno cancellate o rimosse, perché il pacifismo è prima di tutto gestione nonviolenta e creativa dei conflitti, che esistono perché siamo molteplicità pensanti e aspiriamo ad essere singolarità collettive come i nostri arazzi e bandiere, tutti simili e nessuno uguale, perciò bellissimi soprattutto quando sono vicini.

Con gratitudine per l’enorme lavoro organizzativo che hanno saputo tessere ho scritto questo messaggio alle donne delle 10-100-1000 piazze per la pace e lo rivolgo alle tante donne “importanti” che leggo, ascolto, seguo e perfino amo, grata per la loro firma che mi auguro diventi azione:

Se abbiamo voluto far parlare le mani che sanno legare e creare, che generano circolarità senza costruire piedistalli, la nostra parola più efficace potrebbe essere il silenzio. Un silenzio scandito a tappe, insieme a momenti di parola tra noi e con chi si affaccerà a guardare la piazza di pace. Un corpo a corpo personale, non esibito ma fatto di accoglienza e vicinanza, parole e musiche sommesse, di incontro tra donne che hanno agito in sintonia generando la bellezza del molteplice di cui si nutre la vita. Il coraggio di parlarsi a tu per tu tra sconosciute per riconoscerci.

Mi piacerebbe una piazza orizzontale come i nostri arazzi, inedita, senza portavoce ma così potente da far parlare quello che abbiamo cucito e tessuto con le mani, insieme.

Mi spiace dover scrivere che non ho apprezzato l’appello fatto sottoscrivere a “Donne importanti”. Quelle che hanno cucito cosa sono? Quell’appello avrebbe dovuto essere firmato da tutte noi e poi proposto.

Se pensiamo che la guerra sia il disastro che ci sconvolge e ci offende, anche quando non ci raggiunge, dobbiamo cominciare a smontare i dispositivi di riproduzione dei suoi pilastri, che sono gerarchia, sessismo, razzismo, sfruttamento e riduzione in schiavitù, discriminazione, legittimazione dell’assassinio fino al genocidio, propaganda di guerra in tempo di pace: pratiche concrete, materiali, ma anche simboliche, soprattutto simboliche; infatti proprio il piano simbolico, quello dello scambio del giudizio di valore tra noi, viene utilizzato a favore della guerra contando sulle complicità della buona fede che, come sappiamo, lastrica troppo spesso le vie che portano all’inferno.

Non sono così ingenua da pensare che con le nostre piccole bandiere cambiamo di fatto il mondo e mi auguro che le “donne importanti” non siano solo firme occasionalmente congiunte ma s’incontrino, come abbiamo fatto noi nei laboratori di cucito e nelle piazze, così che noi tutte possiamo riconoscerle e riconoscerci in azioni capaci di frantumare almeno qualche pezzo di quei pilastri.

Quanto abbiamo cambiato del nostro piccolo mondo incontrandoci, lavorando insieme, conoscendoci e riconoscendoci? Se è accaduto abbiamo salvato qualcosa perché il mondo si salva vita con vita, vicinanza con vicinanza.

Quelli che abbiamo realizzato non sono “lavori umili”. Esistono solo i “lavori umiliati” non quelli umili che di fatto sostengono la vita a tutti gli effetti.

Non portiamo in piazza la minorità delle nostre vite qualsiasi, ma la potenza del nostro fare che non ha bisogno di amplificatori o di esibizioni perché tiene in piedi il mondo ed è capace di stendere un tappeto di pensieri manuali e manufatti ai piedi di questo mondo come una preghiera laica collettiva e solidale per diffondere la necessità della pace. 

Così la pace deve cominciare tra noi nell’invenzione di ciò che ancora non sappiamo immaginare ma che il lavoro comune comincia già a tessere.

L’appuntamento prossimo è nella piazza del Campidoglio a Roma il 21 giugno. Grata a tutte noi che ci saremo.

Rosangela Pesenti

 

Pensando alle donne della Costituente

Le donne votano da 80 anni. Continuano a votare più degli uomini ma troppe non votano, non partecipano, non sanno che ogni questione è politica e per questo ogni questione ci riguarda.
Scrivevo dieci anni fa:
Che cosa significa ricordare i settant’anni del voto alle donne in Italia?
Le madri costituenti se ne sono andate e anche la maggior parte delle donne che hanno sognato una democrazia in cui vivere libere ed eguali, cittadine a pieno titolo.
Libere prima di tutto dalla necessità di difendersi dalle leggi, come quelle che stabilivano l’inferiorità del valore del lavoro delle donne e che consideravano inaffidabili le donne; libere dalla sottomissione paterna e maritale, libere dalle gravidanze coatte, dallo stupro legalizzato con il matrimonio, dalla discriminazione legalizzata dal pregiudizio, dall’asservimento del corpo e dalla mortificazione dei pensieri.
Ancora a lungo si discusse in Italia dell’inaffidabilità delle donne, della nostra intrinseca debolezza, della perfidia, frivolezza, incapacità. Discutevano gli uomini: delle donne a cui era stato affidato il plastico da trasportare, nascosto contro la pelle perché col freddo esplode, a cui avevano affidato le informazioni, il territorio, le case, i rifornimenti, la loro stessa vita.
Solo ventun donne, elette da quattro partiti, con storie famigliari e politiche diverse, profondamente unite dall’antifascismo, dalla convinzione che la democrazie vive solo se tutte e tutti hanno il diritto di votare ed essere votati, che nel matrimonio i coniugi devono essere pari, che il salario deve essere pari a parità di lavoro, che la Repubblica ha il compito di rimuovere gli ostacoli che “di fatto, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione (…)”, che la sovranità appartiene al popolo, e metà del popolo è donna, che la Repubblica ripudia la guerra.
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PRIMO MAGGIO 2026

Festa del lavoro (perché ci fanno la festa?)
Sono femminista.
Per me il femminismo non è credibile se non affronta la questione del lavoro.
La parola “carriera” esprime la corsa alla competizione selettiva non al riconoscimento di competenze e talenti. Non esprime ricerca della felicità ma asservimento alla logica capitalista.
L’invisibilità del lavoro domestico è la punta dell’iceberg dell’invisibilità di tutti i lavori di manutenzione della vita, dalle filiere agricole ai servizi della distribuzione fino all’asservimento al nuovo capitalismo cognitivo nell’inserimento e controllo dei dati.
Le donne, in tutti i sistemi di asservimento del lavoro, sono la maggioranza.
Il femminismo italiano non può chiudere gli occhi sul rinnovato classismo e i dispositivi che lo riproducono anche nelle relazioni economiche tra donne e con donne.
I lavori di manutenzione sono necessari perché da questi lavori dipendono le nostre vite che si estendono dall’infanzia alla vecchiaia.
Nell’economia di scambio simbolico ormai asservita al sistema capitalista linguaggio e immagini concorrono all’invisibilità delle condizioni concrete di vita.
Per ora basta!
Buon Primo maggio

DONNE PACE DEMOCRAZIA: pratiche contraddizioni visioni – Montecitorio 24 ottobre 2025 – 80° UDI

Provo ad attraversare queste tre parole immense con una storia che sta dentro l’origine, i primi anni, i primi passi dell’UDI, perché qualche volta per vedere la strada che percorriamo basta accendere una piccola luce sul passato.
Imparare a vedere dove ci sembra ci sia solo vuoto oscuro.
Una storia dimenticata, anzi rimossa. Un piccolo indizio ignorato dalla storiografia pacifista, compresa quella femminista, che ci riporta ad una storia importante, una storia che riguarda le donne impegnate a fare dell’Italia una Repubblica democratica, quindi riguarda anche noi, oggi.
I loro passi sono anche i primi di una nuova forma dello Stato italiano che nasce dalle macerie morali e materiali lasciate dalla guerra.
Tra il 1947 e il 1948 le donne dell’UDI lanciano una raccolta di firme per la pace e contro la proliferazione delle armi atomiche e nel 1948 consegnano al rappresentante delle Nazioni Unite tre milioni di firme.
Il 30 ottobre 1947 Maria Maddalena Rossi, da poco eletta presidente dell’Unione donne italiane (UDI) fa una proposta al Consiglio direttivo dell’associazione che ha già definito la pace e la difesa del lavoro delle donne tra le questioni principali da affrontare, raccogliendo le tante aspettative e istanze espresse negli interventi al congresso.
Nel verbale, affollato di voci e stringato, l’intervento di Maria Maddalena Rossi, riportato come tutti in terza persona, viene sintetizzato in modo conciso e chiaro:
Sulla giornata per la pace illustra il fatto che la giornata del 30 novembre è stata scelta dalle organizzazioni femminili di altri paesi. I punti da illustrare sono:
1° Disarmo generale
2° Bomba atomica e impiego mezzi bellici.
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