2002-2022 Donne, pace, democrazia

Difficile parlare di pace dentro l’urgenza del fare che ognuna di noi sente come impellente necessità di fermare guerre e massacri, unita al sentimento di impotenza per i pochi gesti che abbiamo davvero a disposizione e che ci riconducono di colpo ad una realtà di mancanza di potere sul terreno delle decisioni politiche che avevamo in questi anni accantonato.
Parlo al plurale perché sento ancora il sentimento di condivisione di una soggettività politica collettiva che è stata la scoperta, l’avventura e la costruzione della mia giovinezza, ma che oggi avverto quasi solo come una memoria incisa sulla mia pelle che non posso cancellare, ma che non so più di poter agire.
Non mi sottraggo alle parole brevi e incisive degli slogan e degli appelli, ma sento la responsabilità di restituire alle parole tempi e luoghi adeguati perché avverto che proprio nell’illusione di dover abbreviare i discorsi per raggiungere più in fretta le nostre mete è nascosta una trappola che invalida poi ogni nostra azione.
Parlo di tempi e luoghi perché sono le dimensioni imprescindibili del vivere umano e la loro qualità, definizione, costruzione concreta, consente e condiziona ogni relazione sociale.
Nel loro modo di abitare il tempo e lo spazio gli esseri umani introducono la memoria come capacità di accumulare le esperienze, riducendo il passato a sintesi utili per il futuro.
Proprio la disciplina storica, soprattutto nella sua versione “divulgativa” e scolastica ci insegna che pace e guerra sono temi fondamentali sui quali sperimentiamo la nostra capacità di “fare sintesi” e non possiamo non chiederci quanto utili per il futuro.
Perché questa premessa per parlare di ‘pace, donne, democrazia’ e che cosa lega davvero questi tre termini?
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Pace: partire da sé per camminare in tutto il mondo

ALLE DONNE CHE VIVONO NEL TERRITORIO DI BERGAMO

 
Alle donne delle istituzioni e delle associazioni, alle donne di partito e senza partito, di fede e senza fedi, alle donne che hanno il cuore multicolore e i piedi per terra, alle donne che hanno pensieri e storie diverse.
Alle donne tutte che si riconoscono nelle parole di pace e sanno praticare la pace.
 
Il territorio di Bergamo è diventato drammaticamente famoso nei due anni di pandemia e noi donne sappiamo come abbiamo fatto fronte all’emergenza perché di colpo tutti i lavori della CURA sono diventati centrali, indispensabili come sempre ma di colpo visibili per la sopravvivenza.
Bergamo è la provincia del volontariato, che sappiamo a maggioranza femminile e le pratiche di accoglienza dei profughi sono già al lavoro.
Dalle donne di Bergamo può partire una voce credibile per tutte, potente come la forza delle nostre vite.
Non escludiamo gli uomini ma non possiamo affidarci a loro: il disastro delle loro politiche è palese.
Non abbiamo fedeltà da difendere, di nessun tipo, solo proposte da fare, una pace da affermare.
 
Quando parlano le armi le donne vengono cancellate.
Quando parlano le armi le donne vengono costrette a dimenticare la propria storia personale e collettiva e arruolate nello stato di necessità.
Viene cancellata la nostra storia, quella della specie umana che ha partorito, accudito, sostenuto, nutrito, cullato, accompagnato.
Viene cancellata la storia politica che ha chiesto diritti senza esclusioni, che ha mutato le relazioni umane senza dichiarare nemici, che ha saputo agire pratiche di pace anche in guerra.
Il pacifismo è donna non perché le donne sono pacifiche ma perché le donne sanno che cosa conviene alla vita e hanno pagato prezzi troppo alti alle politiche di morte.
Le donne sanno che le armi sono il problema e il nazionalismo non è la soluzione perché in ogni conflitto armato ci siamo riconosciute sorelle al di là di ogni confine o trincea, dentro la violenza della distruzione di case e corpi.
Nessuna bandiera può sostituire quella della Pace e la solidarietà non è sinonimo di schieramento, parola bellica che invita a cancellare il pensiero.
Lavorare per la pace significa avere il coraggio del disarmo e inventare possibilità di dialogo che fermino ogni aggressione.
Nell’oscurità dei lager nazisti donne e uomini prigionieri diffidavano di chi era di nazionalità italiana perché erano sospettati di fascismo eppure lì, dentro l’orrore della storia, l’Italia ha trovato il proprio riscatto antifascista.
Non confondiamo popoli e governi. La minaccia, le bombe che cadono sulla tua casa, costringono a scelte difficili ma noi, che viviamo nelle nostre comode case, possiamo agire per la pace.
 
La liberazione dal nazifascismo è stata opera di donne e uomini che amavano la pace e si sono trovati costretti a prendere le armi.
La Resistenza fu armata ma non militare, il fondamento non era l’obbedienza agli ordini ma la scelta personale libera e responsabile, scelta che fecero anche molti militari.
Chi ha preso le armi per salvare l’Italia non esaltava la violenza e non faceva proprio il mito dell’eroe.
Fu un fenomeno collettivo soprattutto di ragazzi che fecero una scelta e di ragazze alle quali non era nemmeno riconosciuta la capacità di fare scelte, e invece le fecero.
Una generazione di giovani che trovò la propria guida nelle donne e negli uomini che avevano praticato la lunga resistenza antifascista del ventennio, uomini e donne che avevano testimoniato l’antifascismo, denunciando totalitarismi e dittature, nelle carceri, nella clandestinità, nell’esilio, al confino e nella lotta impari per salvare la Repubblica spagnola abbandonata dalle democrazie liberali.
 
La democrazia italiana è nata nei lager, nelle carceri, al confino, in esilio, sulle montagne e nelle campagne dove un popolo disperso ha trovato le radici del proprio essere nella storia. Le donne hanno curato queste radici perché altre generazioni potessero godere nuove nascite.
 
Noi donne potremmo costringere ogni soldato a disertare, ogni generale a desistere, ogni governante a trattare.
Troviamo insieme il passo da fare per costringere gli eserciti a retrocedere.
Sosteniamo le donne russe e ucraine che hanno il coraggio di parlare contro la guerra rischiando in prima persona, così come sappiamo aprire le nostre case per accogliere chi fugge dalla guerra senza fare distinzioni.
 
Noi possiamo lavorare perché l’Europa si dichiari continente neutrale cominciando da ogni singolo Stato.
Dall’Europa è partito il colonialismo e la ricchezza europea si è costruita con l’imperialismo.
In Europa nel Novecento si è costruito il progetto di un impero antisemita, razzista, sessista e classista, il progetto nazifascista che è stato credibile per la variegata politica europea fino al disastro della Seconda guerra mondiale perché costruito esplicitamente contro le istanze di giustizia sociale avanzate dal movimento operaio, contro le istanze di eguaglianza politica e liberazione sociale avanzate dal movimento delle donne, contro i principi di eguaglianza umana e autodeterminazione dei popoli avanzate dai movimento anticolonialisti e anti apartheid.
 
Oggi la guerra è, come sempre, lo strumento per la ridefinizione dei poteri e l’appropriazione delle risorse: per questo le donne, ancora considerate risorsa, vengono zittite e arruolate in una rinnovata subalternità.
Se gli uomini sono ancora quelli della fionda, che volano su ali maligne, irriconoscibili nelle armature uniformi, capaci di distruggere e sfregiare una corolla o un angolo di silenzio, come hanno scritto con straordinaria consapevolezza i poeti, noi non siamo più quelle che chinano il capo, che s’arrabattano per salvare il salvabile, che si occupano solo di piangere i morti e riparare i viventi.
Noi donne rivendichiamo la pace, vogliamo imporre ogni pratica di risoluzione dei conflitti, ogni mediazione che salvi vite e territori.
Abbiamo assistito impotenti e operose alla nostra disfatta troppe volte.
Adesso è tempo di dire BASTA e cominciare un’altra storia, quella in cui la parola guerra diventa termine arcaico di un linguaggio caduto in disuso.
 

Intervento al Congresso ANPI Bergamo

Sabato 19 febbraio 2022 ho partecipato al Congresso provinciale dell’ANPI di Bergamo come delegata della sezione di Romano di Lombardia.
Rendo pubblico l’intervento integrale che avevo scritto e che ho, giustamente, ridotto per stare nei minuti prescritti.
In questo momento non mi sembra passata una settimana ma un secolo.
Avverto l’inutilità e insieme la necessità non solo delle parole ma soprattutto di lottare contro il senso d’impotenza mantenendo aperti e curando tutti gli spazi democratici.
Nel Congresso mi sono sentita in sintonia con la relazione letta dal presidente Mauro Magistrati, che è stato confermato nel suo ruolo, e con le conclusioni del Presidente nazionale.
Il mio intervento, pur tagliato, è stato accolto positivamente e sono stati votati all’unanimità gli emendamenti che ho presentato (allegati in fondo).
Il presente ci chiede di allenare la creatività politica, la stessa degli uomini e delle donne di cui conserviamo memoria, per trovare le azioni impreviste ed efficaci capaci di generare la pace.
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2021-2011-2001 GENOVA G8 DONNE


Un altro mondo è possibile e ricomincia ogni giorno dalle nostre vite. Non è importante una voce ma migliaia di voci e un ascolto diffuso, la tenacia di un passaparola che può sorprendere, che non può essere fermato.
Un clic può sfuggire al nostro controllo e infilarci nel mercato social-influencer ma, lo stesso clic, può farci scegliere la voce da ascoltare, il libro da leggere, la testimonianza da capire, l’insegnamento di cui abbiamo bisogno, la traccia quasi invisibile da seguire, la marginalità rilevante, il pertugio da cui passare, il cuneo che farà traballare ciò che sembrava incrollabile.
Le gabbie hanno chiavi che possono aprirle, i pensieri possono essere ripensati, i convincimenti cambiati, le ferite ricucite, il dolore ascoltato, il danno riparato.
Chi vince raramente muta convinzioni e ci sono danni irreparabili, ferite mortali, dolori che annientano.
In questi vent’anni abbiamo assistito impotenti alle morti in mare di donne e uomini, bambini e bambine, all’ingresso di minori con i piedi piagati che entrano dal confine orientale e si perdono nel colabrodo europeo. Donne e uomini che hanno incontrato la morte per lavoro o per aver buttato la vita sull’iniqua bilancia della speranza non ritornano a vivere.
Le vittime in mare sono immagini che scorrono nel sottofondo delle coscienze, come lo sfruttamento del lavoro. Non ne sono colpevole ma certamente responsabile come cittadina di questo paese.
Si è ricostituita una feroce scala sociale e la salvezza, qui dove vivo, è stare aggrappati al proprio gradino perché facilmente si può scendere e guardare la moltitudine che vive negli inferi dà la vertigine.
Le piccole storie rivelano, così come un minuscolo frattale riproduce il tutto.
Perché ricordare e che cosa ricordare? Per chi ricordare? Giovani nate e nati vent’anni fa cominciano a fare la loro parte per il futuro: da che parte stanno?
Non vedrò la loro vecchiaia, quanto renderanno muta la mia? Guardo la vita con lucida compassione.
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2001-20021: Genova dopo vent’anni

Da vent’anni il mese di luglio mi riporta la memoria di Genova. Un appuntamento con me stessa prima di tutto, la scrittura nell’intimità di parole non esposte.

Ripropongo intanto la trascrizione dal mio diario del 2001:

Domenica 22 luglio

Il giorno dopo. Una stanchezza cupa che intride le ossa e i pensieri, al telefono i concitati resoconti di chi era da un’altra parte e ha vissuto lo stesso panico, i compunti e ipocriti commenti televisivi, un residuo di bruciore agli occhi e difficoltà di respiro, traccia e sogno di una giornata frammentata in attimi lunghissimi ed ore brevi, avvertiamo l’inesorabile sfasatura dell’alfabeto con cui si misurano le parole come se il respiro non riconoscesse il passo consueto.
Partenza presto, la sveglia puntata alle cinque viene preceduta dal rumore in cucina: Giordano sistema i panini nello zaino impaziente di incontrare gli amici come se si trattasse di un appuntamento solenne e collettivo con la storia.
Sorrido con indulgenza mentre mi vesto senza fretta, respingo i pensieri che girano intorno alla tragedia del giorno prima, mi preparo per la manifestazione come per una gita estiva, saremo in tanti, penso, e non può succedere nulla, sarebbe un’enormità. Riempio il tempo laccando le unghie dei piedi e metto le ciabatte estive invece delle scarpe che avevo preparato, rinuncio anche alla camicia per una canottiera che il sole mi lascerà incisa addosso come il segno bruciante della giornata. Leggi tutto “2001-20021: Genova dopo vent’anni”

Va in scena la guerra: miti, riti, uniformi e resistenze di donne dietro al fronte (1915-1918)

Rosangela Pesenti

 
Abstract
 
La guerra unifica in un corpo maschile compatto ciò che il tempo di pace divide e le donne vengono assoggettate ai ruoli di servizio, diventando le tessitrici di un immenso apparato di riparazione dei corpi e dei territori feriti.
Viene rilanciato il mito della complementarietà dei generi e sarà l’immagine della crocerossina a completare il grigioverde del soldato, soprattutto quando l’enorme quantità di feriti richiederà, oltre al potenziamento delle strutture ospedaliere, la produzione di immagini rassicuranti finalizzate al contenimento emotivo di ogni dubbio sul valore della meta finale.
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Paura

9 agosto 2019
Questa mattina mi sono alzata con un sentimento di paura. Non lo spavento per una minaccia reale o temuta ma qualcosa di profondo, che riemerge e non si lascia blandire da nessuna rassicurazione.
Paura per qualcosa che è già accaduto e la sensazione di impotenza che strozza la voce in gola.
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Quale rapporto tra donne e nonviolenza? (2007)

Alle storiche il compito di raccontare quando dove e come le donne, non astratti soggetti filosofici ma concrete e viventi, hanno ricomposto lacerazioni, ricostruito condizioni di sopravvivenza, conservato sistemi, ambienti, persone, culture, utilizzando quei gesti di cura affinati nel corso di una lunga, varia, creativa e sofferta storia di divisione del lavoro tra produzione e riproduzione della vita della specie umana. Leggi tutto “Quale rapporto tra donne e nonviolenza? (2007)”

Bertha von Suttner

“Giù le armi!”: il perentorio, appassionato invito, incisivo ed esplicito come uno slogan, è il titolo del suo romanzo più famoso, pubblicato nel 1889, che non solo le valse fama internazionale, ma rappresentò uno stimolo importante per la realizzazione di iniziative concrete a favore della pace.
Sono gli anni in cui in Europa il dibattito sulla pace si fa via via più intenso e controbatte punto per punto le argomentazioni del nazionalismo e militarismo dilaganti.
Anni in cui la pace sembra una strada ancora concretamente praticabile prima che l’Europa piombi negli orrori della prima guerra mondiale da cui comincerà ad uscire solo trent’anni più tardi.
Quei pochi decenni, segnati da guerre, violenze, restrizioni della libertà, discriminazioni e persecuzioni, basteranno però perché il nome di Bertha von Suttner scompaia dai libri come dalla memoria, insieme a quello di donne e uomini che alla causa pacifista avevano dedicato l’intera vita. Leggi tutto “Bertha von Suttner”