Patriarcato

 La parola Patriarcato è diventata di colpo d’attualità. Pronunciata da Elena Cecchettin ha trasformato il dolore per l’uccisione della sorella Giulia in un potente richiamo alla consapevolezza collettiva.
Non è stato e purtroppo non sarà l’ultimo femminicidio, eppure quello della giovane Giulia ha certamente segnato uno spostamento comunicativo, il cui esito futuro non possiamo ancora registrare ma che nel presente ha smosso di nuovo l’attenzione generando, almeno, una reazione diffusa e visibile.
A Bergamo un’associazione centenaria che si occupa delle tradizioni e del dialetto locale, mettendo in scena ogni anno “il rogo della vecchia”, quest’anno ha deciso di bruciare anche il patriarcato insieme alla vecchia, che in realtà è la tarda personificazione femminile del rito antico di bruciare la vecchia stagione (con tutti gli arbusti secchi dell’inverno) preparando i campi ai germogli della primavera, stagione della rinascita.
Dopo un dibattito nell’organismo dirigente la decisione è stata votata a maggioranza e, dato che i bozzetti per la festa vengono realizzati ogni anno dalle allieve e dagli allievi della scuola d’arte Fantoni, si sono rivolti al Centro antiviolenza per chiedere che qualcuna andasse a spiegare a scuola cos’è il patriarcato in modo da ispirare la realizzazione dei bozzetti, tra i quali verrà scelto quello da mettere in scena.
Così la presidente del centro antiviolenza mi ha chiamata chiedendomi il favore di andare a scuola e spiegare a ragazzine e ragazzini, più o meno quindicenni, cos’è il patriarcato in meno di cinquanta minuti.
Da dove partire, mi chiedevo avvicinandomi alla scuola, mentre tutti i libri della mia biblioteca (e i corsi e i dibattiti) si affollavano e franavano confusamente dentro di me.
Devo trovare un punto, una questione, un esempio, ho pensato, che riguardi ragazze e ragazze, il capo di un filo che vogliano seguire fino in fondo.
Qualche settimana prima un docente, relatore con me in un’un’iniziativa pubblica, mi aveva scritto spiegandomi perché il patriarcato non esiste più. Ovviamente nella sua colta relazione aveva citato solo uomini e aveva trovato irrilevante che io la commentassi (amabilmente, lo assicuro) citando una sfilza di donne. Mi accade da più di cinquant’anni e non ci ho fatto l’abitudine.
Non dedico più a queste cosette un sentimento denso come la rabbia e spesso alleggerisco con battute. Il guaio è che non le capiscono.
La suscettibilità dei maschi è l’indicatore di una malafede che si può sorvolare solo considerandoli ottusi.
Ma come spiego il patriarcato a chi sta cominciando ora a guardarsi intorno?
C’è una frase che sento rimbalzare nelle conversazioni adolescenti da anni, come se fosse un intercalare quasi privo di significato: “Figlio di puttana” ho esordito guardando la classe in distratta attesa. Di colpo l’ascolto educato si è fatto stupore attento.
Chi è il figlio della puttana? Un bambino al quale le leggi patriarcali negavano diritti fondamentali, a cominciare da quello di crescere con la propria madre.
Nell’insulto è depositata, sopravvive e si trasmette, una storia di lunghissima durata che in Italia è a lungo legge anche dopo la fine del fascismo.
Il figlio di puttana è un uomo mai riconosciuto dal padre, l’unico che abbia la potestà di farne soggetto di diritto. È un marchio infamante impresso dagli uomini sulle donne di cui hanno usato il corpo e sui figli che ne sono nati, un’interdizione di libertà, un’imposizione emarginante, la legittimazione a procurare dolore.
Gli uomini riuniti in assise solenni, quella dei parlamenti ad esempio, hanno deciso quale condizione materna fosse legittima e quale illegittima, determinando così il destino della donna e della prole.
Nell’insulto la figlia non è nemmeno presa in considerazione, tanto diventerà puttana come la madre. Le donne, infatti, in un’altra nota battuta, sono tutte puttane, tranne mia madre, mia sorella, mia moglie, mia figlia, cioè le donne di cui un uomo può dire “mia” facendosi garante.
Ragazze e ragazzi si palleggiano l’insulto con leggerezza, senza ricordare che intorno a questa frase c’era un sistema legislativo e una mentalità che lo sosteneva, i cui cascami vengono ancora trasmessi e agiscono nelle relazioni tra donne e uomini, tra generazioni adulte e generazioni in crescita e fanno capolino subdolamente nei tribunali dello Stato democratico per non parlare del chiacchiericcio social.
Dalle lotte del primo femminismo di Anna Maria Mozzoni, arrivate a noi grazie all’inestimabile libro di Rina Macrelli, L’indegna schiavitù[1], fino all’azione parlamentare di Lina Merlin e oltre, per arrivare finalmente all’uguaglianza di bambine e bambini indipendentemente dallo stato giuridico dei genitori, si snoda il tempo delle lotte femminili per la cancellazione delle leggi più smaccatamente patriarcali che continuavano ad affermare il dominio maschile anche nello Stato democratico.
Le lotte delle donne hanno cancellato e mutato leggi denunciando e dibattendo, interrompendo, soprattutto nella vita, continuità e complicità con il fascismo.
L’affermazione della potestà genitoriale, della paternità come potere, finalmente cancellata dalla legge che oggi definisce come responsabilità genitoriale la relazione di padri e madri con le piccole e i piccoli, resta però ancora presente in molta parte dell’azione giuridica.
Due indicatori denunciano la persistenza di forme che volevamo superate: il cognome paterno a lungo imposto come consuetudine inossidabile che ancora oggi perdura nella prassi per un misto di lentezze burocratiche e malafede; l’introduzione di una legge sulla bigenitorialità, la cui denominazione quasi tautologica nascondeva da subito una trappola per le donne.
I genitori biologici sono due e se uno manca può bastare anche il solo che resta. Intere generazioni sono cresciute senza padri, allontanati dal lavoro, dall’emigrazione, dalle guerre, dall’educazione che esonerava i padri dall’educare e dall’amare. Che poi molti siano stati padri amorevoli e uomini miti non cambia il fatto che nessun grande movimento di uomini perbene ha mai chiesto il cambiamento delle leggi sessiste.
La bizzarra legge sulla bigenitorialità è oggi spesso utilizzata per sottrarre i figli alle madri in nome di credenze senza alcun valore scientifico al fine di rieducarli forzatamente alla relazione con un padre abusante che si rifiutano di vedere.
Uno dei fondamenti del potere patriarcale, cancellato dalle lotte delle donne per un nuovo diritto di famiglia, torna sotto mentite spoglie: il proclamato bene del/della minore da tutelare diventa un’arma ricattatoria per punire la madre che si ribella all’uomo, padrone violento.
Il giudizio sulla madre è al centro della cosiddetta tutela del/della minore nel pensiero di molte (per fortuna non tutte) assistenti sociali, che sembrano perfettamente inquadrate nel servizio patriarcale volto a trovare attenuanti per un padre violento e abusante, come se la violenza paterna fosse in qualche modo colpa della madre che non l’ha saputo gestire.
Se guardiamo la lunga durata del patriarcato osservando ciò che sappiamo degli ultimi 5000 anni di storia (del frastagliato territorio che definiamo Occidente) possiamo documentare la persistenza di tre aspetti fondamentali, affermati variamente nelle legislazioni e nella cultura scritta delle classi dominanti:
– l’affermazione del dominio maschile sulla sessualità femminile attraverso le leggi matrimoniali e patrimoniali, l’interdizione della libertà delle donne in materia amorosa, la prescrizione dei comportamenti di servitù sessuale dentro e fuori dal matrimonio;
– l’imposizione del potere giuridico maschile sulla prole con le conseguenti gabbie sociali in cui si definisce il ruolo materno di cui resta la lotta per il possesso della riproduzione umana, figli e figlie ma anche tutti i dispositivi e le istituzioni di riproduzione culturale dell’umano, al fine di favorire la conservazione delle differenze sociali, gerarchiche e reddituali;
– l’appropriazione nella forma del gratuito obbligatorio del lavoro femminile per la cura e manutenzione dell’esistenza di luoghi e persone, con una varietà di mansioni, competenze, specializzazioni che, pur invisibili, costituiscono quella che Lidia Menapace definiva Scienza della vita quotidiana facendone la base dell’economia di riproduzione (sfruttata e invisibile eppure indispensabile).
Le rivoluzioni borghesi che inneggiavano alla libertà non hanno mutato la sostanza di questi tre aspetti che anzi sono stati ribaditi nei vincoli di legge che riguardano le relazioni tra i sessi, compresi gli ordinamenti del lavoro e delle proprietà, ridisegnando il patriarcato dentro il modello capitalista che si andava affermando.
Le donne e gli uomini che non hanno poteri e responsabilità di governo si muovono dentro le definizioni culturali e gli ordinamenti legislativi in modi diversi, che variano quasi infinitamente tra i due estremi dell’adesioni convinta (e spesso arrogante) e l’opposizione praticata nei vissuti e nello spazio politico di cui viene interdetta la memorabilità nella struttura disciplinare scolastica.
Intanto il mercato del lavoro ridisegna ferocemente un nuovo classismo che attraversa le vite e le relazioni, stratificando uomini e donne tra sfruttamento e privilegi secondo le regole del classismo sessista, a cui contribuisce il persistente modello ereditario familista che continua a intersecare il mercato come legame stabile con il passato e garanzia riproduttiva delle forme patriarcali che meglio si sposano con il capitalismo.
I dispositivi sentimentali ed emotivi sedimentati nell’immaginario dalle strutture sociali e politiche educanti (compresi i media) conservano e trasmettono il rinnovato classismo spostandosi tra le generazioni che ne camuffano, perfino involontariamente (la buonafede è sempre il peggio) i meccanismi riproduttivi nell’adesione al successo e alla carriera come valori oggettivi.
Chi oserebbe negare alle donne il diritto ad un’onesta carriera, a sviluppare i propri talenti? Il perseguimento della parità per le donne è il compimento ideale del liberalismo che su questo punto era incappato in una clamorosa contraddizione ma le oneste carriere non sono diventate cooperazione potente per affermare un mondo più giusto, partecipano invece, perfino involontariamente, ad aprire la forbice delle differenze sociali senza riuscire a salvare quel pezzetto di Stato sociale conquistato dalle donne che in Italia avevano fatto la Resistenza e aperto la stagione della democrazia. 
Intanto però mentre la parità non è raggiunta neanche lontanamente si è ristrutturata la divisione del lavoro che rende invisibili, nella categoria migrante, badanti e colf, pessimi neologismi per la versione modernizzata della serva, cioè della donna che svolge lavoro domestico e di cura (locuzione apparentemente nobilitante) rinunciando alla propria famiglia di cui diventa fonte di reddito nella misura in cui sparisce come persona dalle relazioni affettive proprie, con i danni che si conoscono (e bellamente si ignorano).
In sintesi: quasi ogni due giorni viene uccisa una donna che vuole affermare la sua libertà di muoversi, di decidere della propria vita, di dire NO; la parità non è raggiunta; i servizi domestici e di cura ricadono ancora sulle donne “di famiglia” o vengono appaltati a donne con minore capacità contrattuale in un mercato che ha perso anche l’idea di contrattazione collettiva per sottostare alle regole sfrenate, e quindi sregolate, del neoliberismo.
Nel mercato dei beni simbolici in cui donne e uomini inseriscono le identità (non più le vite) vince il modello aggressivo della guerriera, i cui figli e figlie competono per il successo con il plauso e il sostegno materno.
Anni fa osservavo l’implicita politica di destra nei comportamenti delle madri affettuose che tutelavano la prole dalla vicinanza con bambine e bambini ritardanti (non ritardati) i programmi scolastici a motivo della propria esistenza.
Se guardiamo ai quasi ottant’anni di repubblica democratica è visibile che sono state più donne che uomini a credere nella democrazia, inventarla, difenderla. Oggi le donne sono più scolarizzate delle ragazze della Resistenza, molte hanno ruoli dirigenti, sono la maggioranza nella scuola, eppure sono state allontanate dalla politica. E senza le donne la democrazia non vive.
Ci sono volute più generazioni di donne e ben due generazioni politiche, quella antifascista della Resistenza, e dell’emancipazione, e quella del femminismo perché oggi qualsiasi ragazza pensi se stessa come nata libera eppure anche tutta questa storia viene oggi riassunta in una vulgata astorica che da Olympe De Gouges arriva a Carla Lonzi passando per una vaga puntata sulle suffragette, come se l’affermarsi della libera esistenza femminile passasse per la lettura più che dalla lotta, e l’una non fosse esisto e lievito dell’altra.
E comunque al liceo ancora si insegna Hegel senza metterlo in relazione con lo sputo inestimabile di Carla.
Se mettiamo in fila gli eventi politici che riguardano il governo dei territori, con conseguente distribuzione di risorse, possiamo veder emergere con chiarezza la lunga durata di una guerra dichiarata da maschi alle donne e contemporaneamente, accanto alla costante ribellione di donne che sfidano l’esistente sul terreno di una visione pacifica e nutriente del futuro, quote di donne a sostegno di pratiche e politiche patriarcali in cambio di privilegi, talvolta reali, spesso immaginari. Donne che s’identificano con la storia degli uomini raccontata secondo modelli maschili.
Quanta complicità femminile troviamo nella riproduzione culturale del patriarcato come nell’avvinghiarsi al “patto scellerato” della propria carriera individuale a spese dei diritti conquistati da molte per tutte e tutti?
Invito a rileggere l’Introduzione che Claudia Koonz scrisse per l’edizione italiana di Donne del Terzo Reich nel 1994.
È interessante (e inquietante), dal punto di vista antropologico, la velocità con cui si è diffuso l’uso dell’asterisco a fronte dei decenni di resistenza all’introduzione del femminile grammaticalmente regolare o del cambiamento di metafore incancrenite nell’immaginario bellico.
Per non parlare del termine “binario” che mortifica in uno stereotipo la complessità che il femminismo ha fatto emergere nelle relazioni umane tra generi e generazioni come nel linguaggio o nei contenuti culturali. Viene di fatto elusa e mortificata di nuovo l’esistenza femminile senza intaccare la dominanza linguistica e culturale maschile, censurando di nuovo la procreazione nella realtà della gestazione di un corpo femminile che si fa materno nell’intreccio straordinario, e spaventoso, tra biologia e storia: questa sì l’intersezione che ci accomuna tutte e tutti ben al di là di quelle dichiarate come post-it identitari per misurare astrattamente i posizionamenti politici.
Si sta perdendo la percezione della differenza politica tra il dichiarato e l’agito a favore di neologismi generici e ambigui: pensiamo alla parola “disabilità” che uniforma realtà diversissime in una minorità che rende le altre e gli altri automaticamente abili.
Il tono di questo testo è secco, me ne rendo conto: cerco di governare l’urgenza misurando ciò che ancora posso fare.
Ci sarà una giovane generazione anche in Italia, anche in Europa, capace di gridare Donna Vita Libertà, e di affermare queste parole usando le istituzioni democratiche, che non sono il meglio ma nemmeno poco?

In SU LA TESTA n. 19, febbraio 2024, p. 60
 
 

[1] Rina Macrelli, L’indegna schiavitù, Editori Riuniti,