La forma cooperativa, nata dalla visione di una orizzontalità della connessione tra lavoro umano e risorse in un progetto concreto di maggiore giustizia sociale e democrazia, è mutata in frammentazione dello sfruttamento e quasi schiavizzazione del lavoro.
Questa mutazione ci mostra perfettamente la capacità della forma capitalista, che si fonda sul rapporto coatto tra profitto e sfruttamento, di mutare il significato concreto delle parole usandole come canale di mistificazione della realtà.
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Poesie di maggio
Passano le nuvole
sull’orlo degli universi
mutano le stagioni in una foglia
nel volo di uno stormo
all’incrocio dell’orizzonte
nel saliscendi del sole
nel caffè che brontola
ogni mattina uguale
la solitudine s’addensa di voci
distilla ricordi
connessa al mondo in cui cammino
la vita si fa abitudine
divento parte del mistero
nello spicchio d’universo più vicino
Vorrei trovare un verso
con l’anacoluto
perché se non deraglio
non mi cheto
vorrei la metafora assassina
che taglia il verso
con la sua lama fina
viaggiare in un vagone
della me-to-ni-mia
lasciare la ragione
per la follia
vivo in una sineddoche rigorosa
disciplina utile per ogni cosa
scorre l’anafora dei giorni
cerco l’impossibile chiasmo
dei ritorni
Per la pace.
Per la pace firmo qualsiasi appello. Per la pace, il sostegno alla flottilla, la denuncia del genocidio in Palestina e della pulizia etnica in Cisgiordania, contro l’aggressione all’Ucraina e all’Iran, indipendentemente dalla mia distanza politica (un baratro) dai due governi. Contro l’aggressione a Cuba e la vendita di armi. Contro la produzione di armi e la propaganda a favore del militare. Per la pace come orizzonte terrestre in cui vivere sarei disposta a qualsiasi cosa, perché la violenza e le guerre tormentano i miei risvegli e le mie notti, imbrattano la mia vita con macchie di complicità che nessuno potrà togliere.
Per qualche momento ho pensato che avremmo dovuto riunirci, un gruppo di donne vecchie, e fare un gesto estremo di estrema denuncia, ma l’estremo è stato superato da tempo e contro la guerra occorre coltivare incessantemente i semi della vita, della gioia, nuove parole per praticare giustizia, distribuzione equa delle risorse, garanzia di diritti umani, diritto internazionale fondato sul riconoscimento delle esistenze di pari valore.
Contro la guerra c’è un enorme lavoro da fare ancora e ancora.
Per questo ho aderito con convinzione alla proposta di cucire arazzi e bandiere occupando le piazze con un gesto antico e necessario, creativo e collettivo, un gesto concreto diventato metafora per un linguaggio pacifico che rende visibile la molteplicità dell’esistenza umana e la ricchezza dei legami che stringiamo come quotidiano pensiero di vita.
Mi sarebbe piaciuto che la raccolta di firme, se di firme abbiamo bisogno, partisse da noi, dalle duemila donne (circa) che hanno cucito insieme, all’unisono, senza conoscersi, raccogliendosi in gruppi solidali, praticando un artigianato che esprime i pensieri più profondi, i tanti diversi pensieri che ci animano e hanno trovato spazio nei colori, nei tessuti, nelle forme e nella parola che li esprime tutti: Pace.
Ho scritto, perché la parola esprime e ricompone, perché le differenze non vanno cancellate o rimosse, perché il pacifismo è prima di tutto gestione nonviolenta e creativa dei conflitti, che esistono perché siamo molteplicità pensanti e aspiriamo ad essere singolarità collettive come i nostri arazzi e bandiere, tutti simili e nessuno uguale, perciò bellissimi soprattutto quando sono vicini.
Con gratitudine per l’enorme lavoro organizzativo che hanno saputo tessere ho scritto questo messaggio alle donne delle 10-100-1000 piazze per la pace e lo rivolgo alle tante donne “importanti” che leggo, ascolto, seguo e perfino amo, grata per la loro firma che mi auguro diventi azione:
Se abbiamo voluto far parlare le mani che sanno legare e creare, che generano circolarità senza costruire piedistalli, la nostra parola più efficace potrebbe essere il silenzio. Un silenzio scandito a tappe, insieme a momenti di parola tra noi e con chi si affaccerà a guardare la piazza di pace. Un corpo a corpo personale, non esibito ma fatto di accoglienza e vicinanza, parole e musiche sommesse, di incontro tra donne che hanno agito in sintonia generando la bellezza del molteplice di cui si nutre la vita. Il coraggio di parlarsi a tu per tu tra sconosciute per riconoscerci.
Mi piacerebbe una piazza orizzontale come i nostri arazzi, inedita, senza portavoce ma così potente da far parlare quello che abbiamo cucito e tessuto con le mani, insieme.
Mi spiace dover scrivere che non ho apprezzato l’appello fatto sottoscrivere a “Donne importanti”. Quelle che hanno cucito cosa sono? Quell’appello avrebbe dovuto essere firmato da tutte noi e poi proposto.
Se pensiamo che la guerra sia il disastro che ci sconvolge e ci offende, anche quando non ci raggiunge, dobbiamo cominciare a smontare i dispositivi di riproduzione dei suoi pilastri, che sono gerarchia, sessismo, razzismo, sfruttamento e riduzione in schiavitù, discriminazione, legittimazione dell’assassinio fino al genocidio, propaganda di guerra in tempo di pace: pratiche concrete, materiali, ma anche simboliche, soprattutto simboliche; infatti proprio il piano simbolico, quello dello scambio del giudizio di valore tra noi, viene utilizzato a favore della guerra contando sulle complicità della buona fede che, come sappiamo, lastrica troppo spesso le vie che portano all’inferno.
Non sono così ingenua da pensare che con le nostre piccole bandiere cambiamo di fatto il mondo e mi auguro che le “donne importanti” non siano solo firme occasionalmente congiunte ma s’incontrino, come abbiamo fatto noi nei laboratori di cucito e nelle piazze, così che noi tutte possiamo riconoscerle e riconoscerci in azioni capaci di frantumare almeno qualche pezzo di quei pilastri.
Quanto abbiamo cambiato del nostro piccolo mondo incontrandoci, lavorando insieme, conoscendoci e riconoscendoci? Se è accaduto abbiamo salvato qualcosa perché il mondo si salva vita con vita, vicinanza con vicinanza.
Quelli che abbiamo realizzato non sono “lavori umili”. Esistono solo i “lavori umiliati” non quelli umili che di fatto sostengono la vita a tutti gli effetti.
Non portiamo in piazza la minorità delle nostre vite qualsiasi, ma la potenza del nostro fare che non ha bisogno di amplificatori o di esibizioni perché tiene in piedi il mondo ed è capace di stendere un tappeto di pensieri manuali e manufatti ai piedi di questo mondo come una preghiera laica collettiva e solidale per diffondere la necessità della pace.
Così la pace deve cominciare tra noi nell’invenzione di ciò che ancora non sappiamo immaginare ma che il lavoro comune comincia già a tessere.
L’appuntamento prossimo è nella piazza del Campidoglio a Roma il 21 giugno. Grata a tutte noi che ci saremo.
Rosangela Pesenti
Pensando alle donne della Costituente
Le donne votano da 80 anni. Continuano a votare più degli uomini ma troppe non votano, non partecipano, non sanno che ogni questione è politica e per questo ogni questione ci riguarda.
Scrivevo dieci anni fa:
Che cosa significa ricordare i settant’anni del voto alle donne in Italia?
Le madri costituenti se ne sono andate e anche la maggior parte delle donne che hanno sognato una democrazia in cui vivere libere ed eguali, cittadine a pieno titolo.
Libere prima di tutto dalla necessità di difendersi dalle leggi, come quelle che stabilivano l’inferiorità del valore del lavoro delle donne e che consideravano inaffidabili le donne; libere dalla sottomissione paterna e maritale, libere dalle gravidanze coatte, dallo stupro legalizzato con il matrimonio, dalla discriminazione legalizzata dal pregiudizio, dall’asservimento del corpo e dalla mortificazione dei pensieri.
Ancora a lungo si discusse in Italia dell’inaffidabilità delle donne, della nostra intrinseca debolezza, della perfidia, frivolezza, incapacità. Discutevano gli uomini: delle donne a cui era stato affidato il plastico da trasportare, nascosto contro la pelle perché col freddo esplode, a cui avevano affidato le informazioni, il territorio, le case, i rifornimenti, la loro stessa vita.
Solo ventun donne, elette da quattro partiti, con storie famigliari e politiche diverse, profondamente unite dall’antifascismo, dalla convinzione che la democrazie vive solo se tutte e tutti hanno il diritto di votare ed essere votati, che nel matrimonio i coniugi devono essere pari, che il salario deve essere pari a parità di lavoro, che la Repubblica ha il compito di rimuovere gli ostacoli che “di fatto, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione (…)”, che la sovranità appartiene al popolo, e metà del popolo è donna, che la Repubblica ripudia la guerra.
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PRIMO MAGGIO 2026
Festa del lavoro (perché ci fanno la festa?)
Sono femminista.
Per me il femminismo non è credibile se non affronta la questione del lavoro.
La parola “carriera” esprime la corsa alla competizione selettiva non al riconoscimento di competenze e talenti. Non esprime ricerca della felicità ma asservimento alla logica capitalista.
L’invisibilità del lavoro domestico è la punta dell’iceberg dell’invisibilità di tutti i lavori di manutenzione della vita, dalle filiere agricole ai servizi della distribuzione fino all’asservimento al nuovo capitalismo cognitivo nell’inserimento e controllo dei dati.
Le donne, in tutti i sistemi di asservimento del lavoro, sono la maggioranza.
Il femminismo italiano non può chiudere gli occhi sul rinnovato classismo e i dispositivi che lo riproducono anche nelle relazioni economiche tra donne e con donne.
I lavori di manutenzione sono necessari perché da questi lavori dipendono le nostre vite che si estendono dall’infanzia alla vecchiaia.
Nell’economia di scambio simbolico ormai asservita al sistema capitalista linguaggio e immagini concorrono all’invisibilità delle condizioni concrete di vita.
Per ora basta!
Buon Primo maggio
DONNE PACE DEMOCRAZIA: pratiche contraddizioni visioni – Montecitorio 24 ottobre 2025 – 80° UDI
Provo ad attraversare queste tre parole immense con una storia che sta dentro l’origine, i primi anni, i primi passi dell’UDI, perché qualche volta per vedere la strada che percorriamo basta accendere una piccola luce sul passato.
Imparare a vedere dove ci sembra ci sia solo vuoto oscuro.
Una storia dimenticata, anzi rimossa. Un piccolo indizio ignorato dalla storiografia pacifista, compresa quella femminista, che ci riporta ad una storia importante, una storia che riguarda le donne impegnate a fare dell’Italia una Repubblica democratica, quindi riguarda anche noi, oggi.
I loro passi sono anche i primi di una nuova forma dello Stato italiano che nasce dalle macerie morali e materiali lasciate dalla guerra.
Tra il 1947 e il 1948 le donne dell’UDI lanciano una raccolta di firme per la pace e contro la proliferazione delle armi atomiche e nel 1948 consegnano al rappresentante delle Nazioni Unite tre milioni di firme.
Il 30 ottobre 1947 Maria Maddalena Rossi, da poco eletta presidente dell’Unione donne italiane (UDI) fa una proposta al Consiglio direttivo dell’associazione che ha già definito la pace e la difesa del lavoro delle donne tra le questioni principali da affrontare, raccogliendo le tante aspettative e istanze espresse negli interventi al congresso.
Nel verbale, affollato di voci e stringato, l’intervento di Maria Maddalena Rossi, riportato come tutti in terza persona, viene sintetizzato in modo conciso e chiaro:
Sulla giornata per la pace illustra il fatto che la giornata del 30 novembre è stata scelta dalle organizzazioni femminili di altri paesi. I punti da illustrare sono:
1° Disarmo generale
2° Bomba atomica e impiego mezzi bellici.
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Vibrazioni della memoria
27 gennaio 2026
“La morte che mi coglierà fra poco non verrà dalla mia nascita e dalla mia razza, cioè da un dato senza storia: verrà dalla mia vita, dalle mie decisioni, dalla mia storia. Anna, che al mio fianco aspetta la morte non lo sa, mi è testimone. Abbiamo preparato per noi una morte storicamente significante, in segreta complicità, fin da quando io ero sulla cattedra, e lei in un banco. Oggi non siamo una di fronte all’altra, ma una accanto all’altra, con gli occhi posati sulla stessa parete di masonite rinforzata da travi di pino. Questa non è una strana combinazione, capitano Hagen, è la logica di una vita non innocente. La morte spezzerà da un momento all’altro il mio pensiero: la mia vittoria sta nell’attendere fra la mia allieva e il tuo servo.
E so perché ci fai morire, capitano Hagen: so che la nostra morte segna la sconfitta di Jung, di uno che ha creduto di poter comandare un lager senza infierire sui prigionieri, di poter accettare la macchina dello sterminio nazista e insieme di poter costruirsi una innocenza privata all’ombra dei suoi ingranaggi.”
Laura Conti, La condizione sperimentale, Arnoldo Mondadori Editore, 1965
Memoria e la vibrazione
che investe e muta il mondo
nella corsa delle sue cellule
è il respiro che si affanna
il ritmo del cuore
che precede il pensiero
e si incaglia nello squarcio
che fende il reale
con l’orrore del vero
non è la passeggiata dell’emozione
l’installazione amplificata
in una giornata
è il tarlo che ti lavora dentro
un vuoto che non puoi riempire
decoro vintage dei giorni
che inchiodano la vita
alla finzione di non morire
è la goccia insistente
che si fa rombo e poi
rumore di sottofondo
su cui improvvisi le note
perché comunque vivi
e ascolti le tue giornate
cercando di sottrarre alla complicità
le tue mani mutate
ros
DISERTIAMO la retorica di guerra
Il 4 novembre non c’è nulla da celebrare.
La prima guerra mondiale fu un’inutile strage che preparò la vittoria delle dittature in Europa, per primo il fascismo in Italia e poi il nazismo.
La prima guerra mondiale non si concluse ma fu l’inizio di trent’anni di guerra contro le donne, le classi lavoratrici, i principi liberali e socialisti, contro la libertà e la giustizia sociale.
Il 4 novembre non dovrebbero sfilare le forze armate ma dovremmo celebrare i disertori fucilati, gli episodi spontanei di fratellanza tra soldati di diverse trincee, le donne che hanno steso “i loro corpi sulle rotaie” cercando di fermare i treni con i giovani inviati al massacro, perfino le crocerossine che hanno salvato vite.
Mi auguro che l’ANPI non sfili accanto all’esercito ma porti in piazza la bandiera della pace perché la Resistenza fu armata e non armata, ma mai militare. Nelle formazioni partigiane c’erano i disertori dell’esercito di una dittatura che aveva portato l’Italia in una guerra devastante, nella Resistenza italiana ci furono le migliaia di militari rinchiusi nei campi di concentramento tedeschi che si rifiutarono di tornare a combattere per la dittatura. Nelle formazioni partigiane uomini e donne stavano per scelta, non per rispondere a un precetto e ogni scelta veniva discussa democraticamente, non imposta dalla gerarchia dell’obbedienza militare.
Invito gli uomini a disertare la retorica della guerra che oggi sostiene la militarizzazione della società a scapito dei servizi e dei diritti umani di cittadinanza.
Invito le donne a non camminare accanto a formazioni militari, i cui principi virilisti sono stati a fondamento dell’esclusione dai diritti.
Gli eserciti non difendono, fanno guerre.
Disertiamo armi e uniformi.
Domande sull’assassino
Ogni tre giorni un uomo porta a compimento la costruzione della sua identità come assassino.
Per quanto tempo si è preparato emotivamente alla ferocia?
Come ha scelto l’arma, il momento, l’agguato?
Con chi ha parlato delle motivazioni?
Chi è stato accanto a lui, casualmente o quotidianamente, sentendo la sua cupa rabbia, ascoltando le ragioni come se fossero ragionevoli?
Ogni tre giorni un uomo uccide una donna per motivi futili.
Un tempo i motivi futili erano considerati attenuanti o addirittura legittimi, importanti, giusti.
L’esercizio di una qualsiasi libertà da parte di una donna un tempo era motivo di riprovazione o addirittura reato.
La legge è cambiata, la mentalità è arretrata. La mentalità degli uomini è recalcitrante rispetto alla legge, continua a considerare le donne come oggetti di proprietà, esattamente come agli albori della legge.
Ogni tre giorni un uomo porta a compimento il progetto che lo rende un assassino.
In quale faglia oscura della normalità costruisce il suo progetto fino ad agirlo?
In quale tessuto benevolo di complicità costruisce la sua legittimazione?
Non c’è molto da sapere della vittima, ogni storia è diversa e ha tratti comuni, sempre gli stessi.
Dobbiamo cominciare a illuminare il normale percorso degli assassini. Chi frequentava? Dove mangiava, faceva la spesa, lavorava? Con chi andava al bar? Con chi parlava di calcio, di donne, della sua ex? Aveva fratelli e sorelle? Cognati, amici, genitori, zie, zii? Dove andava la sera? E la domenica?
Non è un momento, non è follia. È il percorso che cresce un assassino, passo dopo passo. E l’assassino non vive da solo ad ogni passo.
UNIONE DONNE IN ITALIA 80 anni
Testo scritto per l’80° dell’UDI.
Letto e commentato da Vittoria Tola, Responsabile nazionale, in occasione dell’evento all’archivio del Quirinale il 28 marzo 2025 insieme al CIF
L’Unione Donne Italiane celebra quest’anno i suoi ottant’anni insieme alla liberazione dell’Italia dal nazifascismo.
Per questo vogliamo ricordare che il nome della nostra associazione appare per la prima volta a Parigi nel 1936, nella scelta di donne profughe esiliate fuggiasche perseguitate condannate dalle leggi ingiuste del nostro paese, donne che in terra straniera si riconobbero più che mai italiane cercando l’unità nella tessitura di una trama di relazioni che aveva come qualità fondamentale l’antifascismo.
Insieme all’UDI quelle donne idearono, l’anno successivo, il giornale Noi donne, che ritroviamo a Napoli dal luglio 1944 e come foglio clandestino della resistenza nell’Italia occupata, fino a diventare il giornale dell’Unione Donne Italiane dal Congresso di unificazione con i GDD nel 1945.
In quel nome, UDI, c’era la forma embrionale e variamente consapevole di quella ricerca di autonomia della soggettività politica femminile e di aspirazione alla libertà di autodeterminazione che sarà poi il filo rosso delle lotte delle donne fino ad oggi.
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