Le parole e i diritti: note a margine

Silenzio
Nei contesti comunicativi la parola è d’obbligo, non si esprimono le proprie argomentazioni con il silenzio.
Sono stata in silenzio dodici secondi prima di cominciare a parlare e dopo i primi sei ho ricevuto un sollecito, con il tono di affettuoso incoraggiamento.
Di fronte a me ho colto sui volti qualche espressione di stupore, chi mi ha invitata a questo convegno forse avrà avuto un attimo di imbarazzo.
Questo significa che noi siamo sempre immerse e immersi in un universo comunicativo in cui decodifichiamo velocemente messaggi attraverso il filtro della nostra storia, sociale famigliare linguistica.
Si dice che la comunicazione passi per il 75% dal non verbale, quindi molti messaggi entrano nel mio sistema recettivo prima che io ne prenda coscienza.
Il linguaggio non si genera nel vuoto ma dentro un’organizzazione del tempo, le strutture fisiche del luogo e una grammatica dei corpi, costituita da posture atteggiamenti espressioni abbigliamento, che eccede continuamente la grammatica della lingua definendola e ridefinendola a seconda dello spazio comunicativo che i corpi pensanti predispongono e vivono.
La prossemica e lo spazio architettonico in cui siamo prevedono che chi sta in cattedra esprima un discorso verbale e che questo discorso abbia determinate caratteristiche, che fluisca in forma argomentativa e documentata. Qualche citazione poetica potrebbe essere accolta solo a chiosa del discorso, un intero poema sarebbe un intervento straniante.
Il silenzio è imprevisto: turba, disturba, sorprende, imbarazza.
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Visionarie concrete. Le donne che hanno fatto l’Italia repubblica fondata sul lavoro

Fare memoria in forma collettiva in un tempo e in un luogo significa generare ricordi.

Siamo qui per generare ricordi convergenti e condivisi: ricordare una donna, Italia Riccelli, non significa fare della sua storia un frammento della nostra memoria come se fosse la tessera di un mosaico.

La memoria determina i nostri orientamenti, è una bussola che ci guida, talvolta ricordare una persona, un dettaglio, significa modificare la visione d’insieme.

I ricordi di oggi saranno condivisi solo se le parole che esprimiamo e ascoltiamo saranno generatrici di nuove consapevolezze, se apriranno dentro di noi nuovi spazi di pensiero, se illuminando il passato genereranno visioni portatrici di azioni nel presente.

Ricordare una donna significa illuminare un pezzo di storia delle donne e il modo con il quale questa storia interroga le narrazioni tradizionali che hanno relegato le donne a sfondo invisibile nella grande storia a guida maschile. Significa anche districarsi dagli stereotipi e capire come questa donna si è districata dagli stereotipi del suo tempo, quanto è stata fautrice della costruzione di esistenza libera anche attraverso la propria professione.

In questo senso fare memoria diventa una scelta di direzione nell’orientamento del vivere.

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Visioni del femminile, Forlì 19 maggio 2022

Forlì, 19 maggio 2022

Non mi sono mai definita filosofa e certo ancora oggi definirsi tale è un azzardo, comunque governato dalle istituzioni accademiche, alle quali non appartengo.

Questo termine è stato messo accanto al mio nome per un disguido nella comunicazione, di cui non ho responsabilità.

La definizione di filosofa non è un falso, come testimonia il mio curriculum, pubblico sul mio blog, ma io mi ci sento a disagio e già questo disagio è un sintomo, e quindi un indizio, del mio rapporto con la filosofia.

Gli indizi come sappiamo sono fondamentali per la storia, sono gli indizi a guidarci nei territori omessi o censurati dalle mappe. Quindi posso spogliarmi del disagio e agire la nudità simbolica, che è anche condizione di libertà, solo esponendo il problema, che per me è anche parte dell’insofferenza per le definizioni, soprattutto quando enfatizzano una posizione sociale in una società che non ha mai smesso di riprodurre gerarchie di valore.

Parafrasando Judith Butler, che si chiede “A chi spetta una buona vita?”[1], possiamo chiederci a chi spetti parlare di filosofia in un paese che considera ancora la disciplina come oggetto di studio riservato alle scuole eredi del classismo, escludendo che possa interessare chi frequenta istituti tecnici e professionali, un assurdo anche tenendo conto dei criteri scolastici, come se potessimo sapere chi ha il “talento filosofico” a quattordici anni.

La definizione che preferisco per me stessa è ‘insegnante’, un lavoro che ho svolto onestamente e nel quale ho espresso il meglio dei miei talenti; professione svalutata, mortificata e asservita che resta però lo snodo per definire la qualità umana e il futuro di un paese democratico.

Pensando a qualcosa da raccontare oggi immediatamente i pensieri si sono aggregati intorno a tre parole chiave: POSIZIONAMENTO POSTURA PAROLA. Leggi tutto “Visioni del femminile, Forlì 19 maggio 2022”

2002-2022 Donne, pace, democrazia

Difficile parlare di pace dentro l’urgenza del fare che ognuna di noi sente come impellente necessità di fermare guerre e massacri, unita al sentimento di impotenza per i pochi gesti che abbiamo davvero a disposizione e che ci riconducono di colpo ad una realtà di mancanza di potere sul terreno delle decisioni politiche che avevamo in questi anni accantonato.
Parlo al plurale perché sento ancora il sentimento di condivisione di una soggettività politica collettiva che è stata la scoperta, l’avventura e la costruzione della mia giovinezza, ma che oggi avverto quasi solo come una memoria incisa sulla mia pelle che non posso cancellare, ma che non so più di poter agire.
Non mi sottraggo alle parole brevi e incisive degli slogan e degli appelli, ma sento la responsabilità di restituire alle parole tempi e luoghi adeguati perché avverto che proprio nell’illusione di dover abbreviare i discorsi per raggiungere più in fretta le nostre mete è nascosta una trappola che invalida poi ogni nostra azione.
Parlo di tempi e luoghi perché sono le dimensioni imprescindibili del vivere umano e la loro qualità, definizione, costruzione concreta, consente e condiziona ogni relazione sociale.
Nel loro modo di abitare il tempo e lo spazio gli esseri umani introducono la memoria come capacità di accumulare le esperienze, riducendo il passato a sintesi utili per il futuro.
Proprio la disciplina storica, soprattutto nella sua versione “divulgativa” e scolastica ci insegna che pace e guerra sono temi fondamentali sui quali sperimentiamo la nostra capacità di “fare sintesi” e non possiamo non chiederci quanto utili per il futuro.
Perché questa premessa per parlare di ‘pace, donne, democrazia’ e che cosa lega davvero questi tre termini?
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Pace: partire da sé per camminare in tutto il mondo

ALLE DONNE CHE VIVONO NEL TERRITORIO DI BERGAMO

 
Alle donne delle istituzioni e delle associazioni, alle donne di partito e senza partito, di fede e senza fedi, alle donne che hanno il cuore multicolore e i piedi per terra, alle donne che hanno pensieri e storie diverse.
Alle donne tutte che si riconoscono nelle parole di pace e sanno praticare la pace.
 
Il territorio di Bergamo è diventato drammaticamente famoso nei due anni di pandemia e noi donne sappiamo come abbiamo fatto fronte all’emergenza perché di colpo tutti i lavori della CURA sono diventati centrali, indispensabili come sempre ma di colpo visibili per la sopravvivenza.
Bergamo è la provincia del volontariato, che sappiamo a maggioranza femminile e le pratiche di accoglienza dei profughi sono già al lavoro.
Dalle donne di Bergamo può partire una voce credibile per tutte, potente come la forza delle nostre vite.
Non escludiamo gli uomini ma non possiamo affidarci a loro: il disastro delle loro politiche è palese.
Non abbiamo fedeltà da difendere, di nessun tipo, solo proposte da fare, una pace da affermare.
 
Quando parlano le armi le donne vengono cancellate.
Quando parlano le armi le donne vengono costrette a dimenticare la propria storia personale e collettiva e arruolate nello stato di necessità.
Viene cancellata la nostra storia, quella della specie umana che ha partorito, accudito, sostenuto, nutrito, cullato, accompagnato.
Viene cancellata la storia politica che ha chiesto diritti senza esclusioni, che ha mutato le relazioni umane senza dichiarare nemici, che ha saputo agire pratiche di pace anche in guerra.
Il pacifismo è donna non perché le donne sono pacifiche ma perché le donne sanno che cosa conviene alla vita e hanno pagato prezzi troppo alti alle politiche di morte.
Le donne sanno che le armi sono il problema e il nazionalismo non è la soluzione perché in ogni conflitto armato ci siamo riconosciute sorelle al di là di ogni confine o trincea, dentro la violenza della distruzione di case e corpi.
Nessuna bandiera può sostituire quella della Pace e la solidarietà non è sinonimo di schieramento, parola bellica che invita a cancellare il pensiero.
Lavorare per la pace significa avere il coraggio del disarmo e inventare possibilità di dialogo che fermino ogni aggressione.
Nell’oscurità dei lager nazisti donne e uomini prigionieri diffidavano di chi era di nazionalità italiana perché erano sospettati di fascismo eppure lì, dentro l’orrore della storia, l’Italia ha trovato il proprio riscatto antifascista.
Non confondiamo popoli e governi. La minaccia, le bombe che cadono sulla tua casa, costringono a scelte difficili ma noi, che viviamo nelle nostre comode case, possiamo agire per la pace.
 
La liberazione dal nazifascismo è stata opera di donne e uomini che amavano la pace e si sono trovati costretti a prendere le armi.
La Resistenza fu armata ma non militare, il fondamento non era l’obbedienza agli ordini ma la scelta personale libera e responsabile, scelta che fecero anche molti militari.
Chi ha preso le armi per salvare l’Italia non esaltava la violenza e non faceva proprio il mito dell’eroe.
Fu un fenomeno collettivo soprattutto di ragazzi che fecero una scelta e di ragazze alle quali non era nemmeno riconosciuta la capacità di fare scelte, e invece le fecero.
Una generazione di giovani che trovò la propria guida nelle donne e negli uomini che avevano praticato la lunga resistenza antifascista del ventennio, uomini e donne che avevano testimoniato l’antifascismo, denunciando totalitarismi e dittature, nelle carceri, nella clandestinità, nell’esilio, al confino e nella lotta impari per salvare la Repubblica spagnola abbandonata dalle democrazie liberali.
 
La democrazia italiana è nata nei lager, nelle carceri, al confino, in esilio, sulle montagne e nelle campagne dove un popolo disperso ha trovato le radici del proprio essere nella storia. Le donne hanno curato queste radici perché altre generazioni potessero godere nuove nascite.
 
Noi donne potremmo costringere ogni soldato a disertare, ogni generale a desistere, ogni governante a trattare.
Troviamo insieme il passo da fare per costringere gli eserciti a retrocedere.
Sosteniamo le donne russe e ucraine che hanno il coraggio di parlare contro la guerra rischiando in prima persona, così come sappiamo aprire le nostre case per accogliere chi fugge dalla guerra senza fare distinzioni.
 
Noi possiamo lavorare perché l’Europa si dichiari continente neutrale cominciando da ogni singolo Stato.
Dall’Europa è partito il colonialismo e la ricchezza europea si è costruita con l’imperialismo.
In Europa nel Novecento si è costruito il progetto di un impero antisemita, razzista, sessista e classista, il progetto nazifascista che è stato credibile per la variegata politica europea fino al disastro della Seconda guerra mondiale perché costruito esplicitamente contro le istanze di giustizia sociale avanzate dal movimento operaio, contro le istanze di eguaglianza politica e liberazione sociale avanzate dal movimento delle donne, contro i principi di eguaglianza umana e autodeterminazione dei popoli avanzate dai movimento anticolonialisti e anti apartheid.
 
Oggi la guerra è, come sempre, lo strumento per la ridefinizione dei poteri e l’appropriazione delle risorse: per questo le donne, ancora considerate risorsa, vengono zittite e arruolate in una rinnovata subalternità.
Se gli uomini sono ancora quelli della fionda, che volano su ali maligne, irriconoscibili nelle armature uniformi, capaci di distruggere e sfregiare una corolla o un angolo di silenzio, come hanno scritto con straordinaria consapevolezza i poeti, noi non siamo più quelle che chinano il capo, che s’arrabattano per salvare il salvabile, che si occupano solo di piangere i morti e riparare i viventi.
Noi donne rivendichiamo la pace, vogliamo imporre ogni pratica di risoluzione dei conflitti, ogni mediazione che salvi vite e territori.
Abbiamo assistito impotenti e operose alla nostra disfatta troppe volte.
Adesso è tempo di dire BASTA e cominciare un’altra storia, quella in cui la parola guerra diventa termine arcaico di un linguaggio caduto in disuso.
 

Intervento al Congresso ANPI Bergamo

Sabato 19 febbraio 2022 ho partecipato al Congresso provinciale dell’ANPI di Bergamo come delegata della sezione di Romano di Lombardia.
Rendo pubblico l’intervento integrale che avevo scritto e che ho, giustamente, ridotto per stare nei minuti prescritti.
In questo momento non mi sembra passata una settimana ma un secolo.
Avverto l’inutilità e insieme la necessità non solo delle parole ma soprattutto di lottare contro il senso d’impotenza mantenendo aperti e curando tutti gli spazi democratici.
Nel Congresso mi sono sentita in sintonia con la relazione letta dal presidente Mauro Magistrati, che è stato confermato nel suo ruolo, e con le conclusioni del Presidente nazionale.
Il mio intervento, pur tagliato, è stato accolto positivamente e sono stati votati all’unanimità gli emendamenti che ho presentato (allegati in fondo).
Il presente ci chiede di allenare la creatività politica, la stessa degli uomini e delle donne di cui conserviamo memoria, per trovare le azioni impreviste ed efficaci capaci di generare la pace.
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Madre nostra

Madre nostra che sei feconda
abbi cura della nostra vita immonda
dalla profonda terra dove tutto è nato
sostieni il nostro cammino scellerato
proteggi i mari
e ogni acqua che scorre
dove la vita si fa vita lenta
memoria di ogni vita smemorata
anche di quelle chiuse in una torre
convinte che il vivere sia solo oggetto
e il soggetto perfetto servo di compravendita
al mercato di chi corre alla rendita
Madre nostra accompagna
il coraggio di chi naviga
cercando e cercando a oltranza
lenisci il dolore muto di chi cammina sulla terra
migrando
in cerca di una stanza
Dona a noi la fiducia
e la ragione conveniente
perché ogni distanza diventi
la franchezza di un confronto
tra le diversità della diversa mente
Madre nostra che non chiedi preghiera
perché del molteplice e dei millenni
conosci quel vero che resta a noi celato
nel mistero
accompagnaci nella sera
sulla via sicura delle stelle
quel latte primordiale che ci guida e nutre
impresso nel codice di ogni nostra pelle.
Tu benedetta dal nostro bene dire
diffusa in ogni luogo del pianeta
in ogni pluriverso oltre la nostra vista
oltre l’immaginazione più acuta
e l’arguta scienza nell’imprevisto divenire
accompagna il nostro umano finire
con la carezza di una mano
filiale
come fu materna quella che ci accolse
alla nascita
rischiando il patire della gioia
e ogni sorpresa della nostra crescita
una mano che rinnovi nella vicinanza
quel patto continuamente disatteso
a cui ci spingi e induci senza posa
l’impegno misterioso di ogni vita
che senza l’arroganza dell’orgoglio
osa
aprire la strada laboriosa
di una tenace oscura palpitante
e rinnovabile speranza.

Passaggio 2021-2022

Regalo qualche parola
alle persone che penso
e se sono pensata
la vita ha un suo senso

 
Tutto si muove intorno
giorni secoli millenni
il ticchettio di datazioni non perenni
la terra nel suo immoto giro
la luna che s’allontana e s’avvicina
la porzione di universo
che muta a ogni respiro
due tortore un merlo una ranocchia
una lucertola guardinga
un insetto alato che si mimetizza
un gatto una parola
con segno di punteggiatura
e lo spazio di un saltello della penna
che la lusinga
i volti, le mani strette, le occasioni
e tutto insieme
ciò che non si attiene alle ragioni
di una stringa
i segni muteranno
nelle memorie cancellate
saranno mescolate come sabbia
tutte le durate
Siedo in questa ora breve
come in una barca che oscilla
la vela tesa nel vento lieve
il porto s’avvicina ed è più oscuro
incerto il tracciato sulla mappa
verso il punto sicuro
Tra la moltitudine che cammina
mi affaccio stupita sull’immenso e l’infinito
non ho parole per il suono
dell’inaudito
tutto si muove fuori della mia portata
resto con il mio cuore
che batte ancora senza far rumore
e solo qualche nota è stonata

25 novembre 2021: Connessioni

Quando l’Assemblea generale delle Nazioni Unite istituisce la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, tramite la risoluzione numero 54/134 del 17 dicembre 1999, possiamo considerata conclusa una lunghissima fase di lotte del movimento delle donne in tutto il mondo.
Noi che siamo state dentro le lotte, le abbiamo promosse e accompagnate, abbiamo agito in modo diffuso e invisibile chiedendo visibilità, misuriamo talvolta la pochezza dei risultati dal numero costante delle donne uccise, dalla violenza sommersa che ferisce troppe vite, dalla lentezza della giustizia, dall’arretratezza dei tribunali, dall’incompetenza dei servizi, dalla malafede dell’informazione, dalla superficialità di chi guarda senza vedere.
È giusto, perché noi sappiamo cosa c’è dietro la notizia di femminicidio e cosa c’è dopo, per chi resta, noi sappiamo quanto è lungo e faticoso il cammino per sottrarsi alla violenza, sappiamo quali e quanti stereotipi ci troviamo a smontare perché passi un’informazione seria, sappiamo quanto siano ancora poco ascoltate le competenze che vengono da una riflessione condivisa, da esperienze di ascolto che mutano il nostro sguardo ogni volta.
Eppure in questa giornata dovremmo ricordare anche ciò che abbiamo saputo conquistare senza dichiarare guerra, senza prendere le armi, senza invadere territori, senza lasciarci sopraffare dall’odio o dall’impotenza.
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Per fermare Apollo dobbiamo vedere Dafne. A proposito della Mostra dell’UDI

Vorrei dare due spunti, che sono l’esito di quello che è stato a lungo il mio lavoro annuale a scuola, spunti che non enunciavo come assiomi ovviamente, ma facevo ricavare ai ragazzi e alle ragazze con il lavoro sulle fonti. Ho sempre insegnato in classi miste e solo negli ultimi anni a classi prevalentemente femminili.
Ecco i due spunti: uno di storia e uno di letteratura.
La prima questione riguarda la storia e le strutture profonde sedimentate nell’immaginario, che diamo per scontate nell’insegnamento.
Raccontiamo la storia come se le donne fossero state irrilevanti, figurine che appaiono qua e là, se e quando la loro eccezionalità non mette in discussione l’impianto narrativo.
Se invece proviamo a guardare le cronologie politiche nella lunga durata, dal codice di Hammurabi fino alle costituzioni contemporanee, possiamo rilevare un dato evidente:
tutte le formazioni politiche di governo del territorio che conosciamo, o che comunque studiamo nella storia che viene insegnata in tutti gli ordini scolastici, comprese le forme degli Stati moderni, si sono strutturate sull’esclusione delle donne dal governo delle risorse e sulla considerazione delle donne come corpi a disposizione:
·      per il soddisfacimento sessuale dei maschi
·      per la cura e manutenzione dell’esistenza di luoghi e persone
·      per il possesso della riproduzione umana, figli e figlie e quindi anche di tutti i dispositivi e le istituzioni di riproduzione culturale dell’umano, al fine di favorire la conservazione delle differenze sociali, gerarchiche e reddituali.
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