Parole da casa: parole disarmate

Non è una guerra
È qualcosa di molto diverso e non ci è utile usare le metafore belliche per raccontarlo.
Mi ha colpito che fin dall’inizio si usassero metafore che fanno riferimento alla Prima guerra mondiale: i medici in trincea, gli ospedali in prima linea, gli eroi che combattono il virus, l’unità nazionale per sconfiggere il nemico, mentre già dagli anni trenta del Novecento le guerre sono cambiate e non c’è più fronte, muoiono più civili di militari, le forze armate si proteggono, uccidono da grande distanza e le persone si arruolano prevalentemente perché si tratta di un lavoro ben pagato, non per andare a morire.
Nelle guerre, a partire dalla Seconda guerra mondiale e fino a tutte quelle che abbiamo visto sui nostri schermi, tra una pubblicità e una partita di calcio, la casa non è un rifugio sicuro perché viene distrutta, come le scuole e gli ospedali, ci si ammassa vicini vicini nei rifugi, se ci sono, si viene ammassati nei campi profughi, dove si sta vicini per scaldarsi, per aiutarsi.
Una guerra viene dichiarata per uccidere e distruggere: è questo il compito dei militari, che devono obbedire agli ordini senza discutere e senza pensare, perfino quando la loro vita viene messa inutilmente in pericolo, come fu nel caso dell’uranio impoverito.
Invano, e sempre nell’indifferenza della politica e nella censura della grande informazione, abbiamo chiesto in molte e molti l’organizzazione di quei corpi di pace che oggi ci sarebbero utilissimi, che avrebbero una formazione per tutelare vite e territori.
L’uso delle metafore di guerra oscura la realtà delle pratiche che durante le guerre hanno salvato vite. In un bel libro Anna Bravo ci indicava la strada di una diversa narrazione nella “conta dei salvati”.
Le metafore di guerra, compresa quella dell’eroismo, servono solo a nascondere la realtà dei fatti.
Il personale sanitario non è militare: segue protocolli condivisi ma continua a pensare anche con la propria testa per far fronte a una situazione che non ha precedenti; sono donne e uomini che suscitano la nostra gratitudine perché restano umani, coltivano la propria umanità dando conforto e forme di cura che non sono solo l’applicazione di procedure tecniche, come fanno sempre del resto.
Sono lavoratrici e lavoratori che hanno bisogno di tutele certe, di stipendi adeguati, di sentire di far parte di un servizio pubblico e indispensabile: insieme agli applausi hanno bisogno di sapere in quale società stanno operando anche a rischio della propria vita.
Perfino i militari che arrivano negli ospedali sono integrati in questo tipo di funzionamento ed essendo anche loro prima di tutto persone lo svolgono con la stessa umanità.
Esattamente il contrario di ciò che accade in guerra: oggi è utile il comportamento degli obiettori di coscienza, dei disertori, delle pacifiste e pacifisti, delle crocerossine.
È il comportamento delle ONG con popolazioni migranti e profughe, dei medici e mediche che ignorano le frontiere, delle assistenti che lavorano con minori in difficoltà, delle operatrici socio-sanitarie che non abbandonano anziani e anziane al loro destino, di tutte le lavoratrici e lavoratori che non si sottraggono al proprio compito nei lavori indispensabili.
Se uscissimo dalla metafora dell’eroismo potremmo vedere lunghe e complesse filiere di persone che svolgono il proprio lavoro in condizioni difficilissime, conservando la propria umanità, affinando le proprie competenze, rafforzando i legami di vicinanza solidale.
Noi non abbiamo paura della guerra, la guardiamo da lontano, distrattamente, la tolleriamo, non dobbiamo occuparcene. Tolleriamo anche la morte dei profughi. Una fetta notevole della popolazione ha sostenuto e approvato chi non tollerava le persone in fuga dalle guerre, dai campi del nuovo sterminio, chi denunciava il personale delle navi che salvavano vite, nei discorsi da bar molte persone hanno augurato la morte o l’hanno considerata giusta perché ognuno ha il suo posto, il suo territorio, il suo paese, si può viaggiare per lavoro e per buontempo, ma non si può fuggire da una condizione intollerabile.
Ora il coronavirus ci spaventa e vogliamo sopravvivere.
Non ci servono le armi per questo e nemmeno dichiarare lo stato di guerra.
Non ci serve nella pratica, non ci serve nei discorsi.
Perché la maggior parte di giornalisti e politici sembrano non poter fare a meno di questo linguaggio? Perché perfino donne e uomini di scienza usano metafore belliche quando hanno a disposizione tutte le parole della cultura umana?
 
A margine: metafore dismesse (spero per sempre)
Negli ultimi anni per apprezzare una donna si diceva che “ha le palle”, metafora utilizzata dalle donne stesse, soprattutto dalle generazioni diventate adulte dagli anni ’90 in poi.
Donne cresciute con il disprezzo di tutto ciò che è tradizionalmente femminile (tranne la seduzione asservita all’immaginario maschilista) inculcato dalla tv spazzatura, donne indotte alla corsa per le carriere, che non riguarda il diritto legittimo a sviluppare i propri talenti, convinte che competizione e merito sono le indicazioni per una società ordinatamente gerarchica in cui ognuno ha il posto che si merita, appunto. Donne alle quali si è proposto di aspirare ad “avere le palle”.
Contemporaneamente “Non fare la crocerossina” era diventato un commento svalutante, al limite dell’insulto, in voga appena ieri per qualcuna che stentava a decifrare i propri desideri e sentimenti, per chi non mostrava grinta competitiva, per chi usciva dalla gara della vita in cui doveva vincere il più forte.
Chi fa la crocerossina chiaramente non ha le palle, sia metaforiche che reali.
Il virus sembra aver spazzato via, o almeno ridotto, questi due commenti sessisti: abbiamo scoperto l’importanza di salvare vite, curare viventi, esattamente come facevano le crocerossine, che nell’Italia della Prima guerra mondiale affrontarono corpi massacrati in modi che nessuna fotografia ci mostra.
In tutto il paese è il modello crocerossina che ci sta sostenendo, se proprio vogliamo usare una metafora.
Le donne che lavorano, in tutti i settori e i luoghi fondamentali per la nostra esistenza, hanno tutte le competenze e le doti di tenacia, perseveranza ed empatia che sono oggi indispensabili quanto le mascherine.
Le donne che parlano, pochissime, sono competenti, hanno responsabilità e in questo momento hanno altro a cui pensare che aggiungersi un paio di attributi, tra l’altro molto vulnerabili.
 
Potere della comunicazione tra omissioni e conservazioni
La comunicazione digitale, internet, i social, l’enorme produzione audiovisiva sono strumenti straordinari, ma sono come oggetti taglienti messi in mano a chi non li sa usare.
Hanno tagliato la nostra capacità di distinguere tra realtà e fiction sollecitando o deprivando le nostre emozioni, manipolando la nostra capacità di conoscenza profonda che non coincide del tutto con l’acquisizione di informazioni e competenze, ma riguarda i processi della vita, del nostro essere in vita.
Me ne sono resa conto perché sono bergamasca e finché sugli schermi sono passate le immagini dei nostri ospedali, con i dati allarmanti di contagi e morti, nel resto dell’Italia le persone hanno fatto fatica a capire quello che stava accadendo.
Le immagini della fila di camion militari che durante la notte trasferivano le bare dal cimitero di Bergamo hanno determinato una svolta emotiva nel paese perché si trattava di immagini mai viste.
Il nostro cervello è un sistema economico e impara a proteggersi: le immagini degli ospedali non erano diverse dalle tante analoghe viste nelle fiction, film e serie tv, diffuse da anni e probabilmente non potevano toccarci come quelle delle bare, che di colpo ci hanno fatto vedere la realtà della morte in un modo che mai avevamo visto in questo crescendo e reiterazione.
A molte e molti di noi era già capitato di vedere tante bare allineate in un luogo: quelle dei morti per strage, per terremoto, per altri eventi nefasti, ma non avevamo mai visto tante bare spostate da un cimitero e portate in un altrove sconosciuto per fare posto ad altre.
Non avevamo mai dovuto rinunciare ai funerali, a piangere con i parenti, a condividere il lutto.
Una delle parole che usiamo nelle telefonate è “surreale”, per definire la vita in cui ci muoviamo come in una bolla, le informazioni che ci arrivano, l’ansia che ci prende in certi momenti apparentemente senza ragione.
Quello che accade sta sopra le cose ma sta anche sotto, è più grande della nostra attuale capacità di comprensione, ma si radica anche al di sotto della nostra coscienza.
La parola resta un modo indispensabile per comunicare e stare in contatto ma non è detto che le parole che abbiamo usato negli ultimi anni siano ancora adeguate, utili per la comprensione.
 
Chi è il nemico
La parola “nemico” sembra impropria per il virus. Nemico è colui che non ci ama e che noi non amiamo: questo virus vive dentro di noi, per dirla in modo non scientifico è una particella parassita con scarsa autonomia, non è nemmeno un vivente in senso stretto quindi non ha sentimenti ma, come molte forme viventi che abitano con noi anche se non parlano la nostra lingua, sembra stare molto bene dentro di noi.
Noi certo non lo amiamo questo coronavirus ma il nostro modo di vivere e di pensare l’ha favorito in tutti i modi.
Ci siamo contagiati esattamente come durante la peste nera del Trecento (ma gli esempi sarebbero moltissimi) quando fecero pellegrinaggi per sconfiggere la malattia e quindi la diffusero.
Noi siamo le popolazioni che vivono nel presente e progettano un futuro high tech e altri pianeti su cui emigrare se questo diventerà invivibile.
Nell’immaginario sociale siamo sempre donne e uomini adulti, in salute, con frustrazioni da delirio d’onnipotenza: il trascorrere del tempo nelle vite è diventato invisibile, insieme alla vecchiaia, all’infanzia, alla malattia, alle disabilità permanenti o temporanee. Le contrattazioni sociali hanno sempre per oggetto il denaro, dimentichiamo il valore del nostro tempo individuale, affidiamo al mercato la gestione dello spazio e misuriamo con criteri mercantili perfino le relazioni umane.
È diventato invisibile e disprezzato il lavoro che produce cibo e raccogliere pomodori non è un’attività alla ribalta come una sfilata di alta moda. Coltivare la terra, allevare mucche da latte, pulire stalle è lavoro da immigrati, così come assistere vecchiaia, disabilità, infanzia, pulire case e uffici è lavoro di immigrate, gli stessi e le stesse a cui neghiamo casa, cittadinanza, salute, famiglia e spesso perfino salario dignitoso.
Il nostro modello produttivo, al quale abbiamo assoggettato la riproduzione umana, ha colonizzato tutto il mondo e il virus è venuto con noi, nei viaggi di piacere, nello spostamento dei manager, nell’andirivieni di tutto il lavoro che supera gli angusti confini nazionali producendo ricchezza quotata in borsa.
Nella narrazione delle carriere e delle eccellenze giovani donne e uomini si sono concentrati sul “particulare” dimenticando di usare quei diritti di cittadinanza conquistati dalle generazioni uscite dall’ultima guerra mondiale per pensare alla distribuzione delle risorse e alle priorità produttive.
L’aumento delle spese per gli armamenti è stato costante e oggi mostra la sua disgraziata inutilità, per non parlare delle relazioni internazionali con la permanenza delle basi militari USA sul nostro territorio ecc. ecc.
Giovani donne e uomini impegnati a salvare vite, attivisti per la giustizia sociale, per la pace, qui o altrove, sono stati tacciati di buonismo come se la bontà fosse un vizio pessimo e socialmente dannoso, giudizio insensato e disumano perfino se solo di questo si fosse trattato, perché in realtà, oggi possiamo capirlo, la loro era ed è lungimiranza politica concreta.
Abbiamo continuato a pensare che il virus fosse altrove, lontano, e abbiamo continuato a muoverci per essere vicini. I governi non hanno imparato l’uno dall’altro non solo per impreparazione ma perché la popolazione non avrebbe capito. La popolazione è stata abituata a non dover capire.
Così non ci siamo fatti capire dal coronavirus probabilmente, e lui prolifera.
Come in una relazione d’amore tossica noi dichiariamo di detestarlo, di temerlo, lo chiamiamo nemico, ma l’abbiamo coccolato, diffuso, al massimo ignorato, quindi, di fatto, sembra che l’abbiamo amato.
Provo a muovermi a tentoni per cercare parole, per raccontare a me stessa prima di tutto quella cosa per la quale ci scriviamo “non ho parole” nei messaggini.
In realtà sappiamo che cercare cure e vaccini significa imparare a convivere con questo virus come con i precedenti e i prossimi.
Dal virus ci si protegge, non ci si difende, non si usano armi per ucciderlo, si usano accorgimenti per tenerlo lontano perché quando è lontano dai nostri corpi decade, si deteriora, scompare. Così pare.
Mutare le parole con cui ci raccontiamo modifica il nostro orizzonte di pensiero e i nostri modelli mentali. La specie umana è sempre sopravvissuta grazie alle donne e agli uomini capaci di vedere dove nessuno vedeva, di guardare cose che nessuno guardava, di ascoltare balbettii che sarebbero diventati nuove lingue parlate.
La specie umana è sopravvissuta quando ha ascoltato il proprio corpo, nella sua molteplicità e differenza in perenne osmosi con l’ambiente che vive e ricrea intorno a sé anche trovando parole per dire l’indicibile.
Trovare le parole non è operazione immediata, si comincia con la consapevolezza che quelle che usiamo, quelle che abbiamo a disposizione, sono insufficienti, inadeguate, perfino pericolose, esattamente come la nostra sanità, che abbiamo esaltato come eccellenza e oggi si mostra insufficiente e inadeguata, e questi due fattori sono stati determinanti nel rendere gli ospedali perfino pericolosi.
 
Misura
Non so se sia utile quello che scrivo, me lo chiedo sempre prima di renderlo pubblico.
Mi chiedo anche perché lo faccio, non di scrivere, attività per me quasi quotidiana e normale dal tempo delle scuole elementari, ma se abbia senso rendere pubblico ciò che scrivo.
Una delle cose che temo è la compulsione a esporsi per esistere e la reclusione non ci aiuta a trovare la misura.
Internet, i social, tutte le nuove forme di comunicazione sono una straordinaria opportunità e ne possiamo cogliere il valore proprio in questo momento, ma sono anche il luogo in cui rischiamo di riempire di rumore inutile il silenzio reale delle nostre vite.
Il silenzio è stato espulso dalle nostre vite, come la malattia e la morte e non sappiamo come ospitarle nei nostri pensieri nella forma inedita con cui si presentano a noi oggi.
Ma questa è un’altra puntata.
Scrivere nel segreto del proprio diario non ha bisogno di misura, scrivere perché altre e altri possano leggere significa prima di tutto trovare misura.
E se non riusciremo a disertare le parole belliche dovremo imparare a disarmarle: la parola guerra dovrà cambiare significato, imparerà a preservare la vita invece di portare morte.

Niente potrà restare uguale a prima, nemmeno la lingua che parliamo.