DONNE PACE DEMOCRAZIA: pratiche contraddizioni visioni – Montecitorio 24 ottobre 2025 – 80° UDI

Provo ad attraversare queste tre parole immense con una storia che sta dentro l’origine, i primi anni, i primi passi dell’UDI, perché qualche volta per vedere la strada che percorriamo basta accendere una piccola luce sul passato.
Imparare a vedere dove ci sembra ci sia solo vuoto oscuro.
Una storia dimenticata, anzi rimossa. Un piccolo indizio ignorato dalla storiografia pacifista, compresa quella femminista, che ci riporta ad una storia importante, una storia che riguarda le donne impegnate a fare dell’Italia una Repubblica democratica, quindi riguarda anche noi, oggi.
I loro passi sono anche i primi di una nuova forma dello Stato italiano che nasce dalle macerie morali e materiali lasciate dalla guerra.
Tra il 1947 e il 1948 le donne dell’UDI lanciano una raccolta di firme per la pace e contro la proliferazione delle armi atomiche e nel 1948 consegnano al rappresentante delle Nazioni Unite tre milioni di firme.
Il 30 ottobre 1947 Maria Maddalena Rossi, da poco eletta presidente dell’Unione donne italiane (UDI) fa una proposta al Consiglio direttivo dell’associazione che ha già definito la pace e la difesa del lavoro delle donne tra le questioni principali da affrontare, raccogliendo le tante aspettative e istanze espresse negli interventi al congresso.
Nel verbale, affollato di voci e stringato, l’intervento di Maria Maddalena Rossi, riportato come tutti in terza persona, viene sintetizzato in modo conciso e chiaro:
Sulla giornata per la pace illustra il fatto che la giornata del 30 novembre è stata scelta dalle organizzazioni femminili di altri paesi. I punti da illustrare sono:
1° Disarmo generale
2° Bomba atomica e impiego mezzi bellici.
Far divenire nazionale l’iniziativa di Napoli: la raccolta di firme per il disarmo generale che si potrebbe poi portare al Governo.  Pubblicare un tesserino sulla pace da dare a ogni donna che potrebbe essere alla base di una nuova organizzazione. Ritiene che ogni elemento del direttivo deve dare la propria attività per la campagna della pace: comizi, conferenze, ecc. Inoltre è necessario legarsi ad altre organizzazioni e stabilire contatti con l’estero.
Nella proposta è già previsto un gruppo che se ne occupi, formato da Radiconcini, Guazzugli, Rossi, Calogero, Cortini, Picolato, Tatò, Passigli, e la riunione, fissata per il giorno successivo alle 10, segnala l’urgenza condivisa.[1]
Maria Maddalena Rossi è ancora impegnata, con le altre venti donne elette, alla stesura della Costituzione: i lavoridell’Assemblea Costituente si concluderanno ufficialmente con l’approvazione della Costituzione il 22 dicembre 1947; la Costituzione fu promulgata il 27 dicembre ed entrò in vigore il 1° gennaio 1948.
Il 30 novembre 1945 l’UDI è presente con una delegazione a Parigi al primo congresso della Federazione democratica internazionale delle donne. Sono le donne che hanno animato la resistenza al fascismo e al nazismo in Europa, ancora solo un’entità geografica divisa in Stati che fanno i conti con la lunga Guerra dei trent’anni, come l’ha definita Hobsbawm unendo, in una continuità crescente di leggi illiberali, discriminazioni, persecuzioni, massacri, genocidi e distruzione di territori, l’estate del 1914 con l’estate del 1945.
In quei trent’anni sono invecchiate e se ne sono andate le donne che hanno animato le lotte pacifiste dell’inizio novecento; nella nuova lotta ci sono le donne segnate dalla lunga difficile resistenza antifascista e le ragazze impreviste che hanno portato nella lotta di liberazione, con coraggio tenacia e passione trascinanti, le istanze della loro giovinezza soffocata dal fascismo.
L’ONU era nata il 24 ottobre 1945, il giorno successivo alla chiusura del primo Congresso che sanciva l’unificazione dell’UDI con i Gruppi di difesa della donna. Il mondo si preparava a dividersi in due blocchi: la guerra fredda era di fatto cominciata con le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki e aveva già la sua definizione, che fu popolarmente diffusa dal 1947.
La NATO non era ancora stata fondata ma si stava preparando nella corsa agli armamenti e poi, più avanti, nel 1955, sarebbe stato fondato anche il Patto di Varsavia.[2]
Le donne dell’UDI conoscono l’immane compito di costruzione e ricostruzione che le aspetta. Costruzione di una democrazia sconosciuta in Italia e costruzione degli organismi internazionali capaci di assicurare la pace attraverso la gestione dei conflitti, la riduzione di armi ed eserciti, la promozione dei diritti umani.
Costruzione di una cittadinanza femminile a lungo contrastata e impedita dalla legislazione e da subito l’espansione dei pochi e limitati diritti sociali (lavoro prima di tutto ma anche istruzione, sanità, previdenza, garanzie per una vita libera) attraverso lotte che continueranno e ancora non sono concluse.
Sanno che la forza su cui puntare è la legittimazione diffusa, quella partecipazione che viene spesso definita “dal basso” con una visione perfino involontariamente verticale e quindi verticistica. La democrazia è orizzontalità di partecipazione o non è: non bastano le regole del voto, l’elezione delle rappresentanze, occorre farne oggetto di dibattito tra le persone, di chiacchiere tra donne, costruire consenso e consapevolezza, vivere il piacere della partecipazione inventando modi della responsabilità collettiva.
E così faranno le donne dell’UDI, di riunione in riunione, in cortili, caseggiati, paesi, preparando manifestazioni e piazze, inventando riti e occasioni, tessendo legami amicali e vicinanze impreviste, gestendo luoghi, momenti, occasioni.
Torniamo a quel 1947: lo Stato unitario italiano non ha nemmeno cento anni, ha conosciuto governi prevalentemente ostili alle classi popolari e le classi popolari sono più della metà donne, che scontano la ferocia delle leggi scritte e non scritte delle consuetudini patriarcali, alle quali si sommano le aristocratiche e borghesi, le poche laureate, le studiose e scienziate, artiste e scrittrici, le consapevoli e inconsapevoli, le dannate e le privilegiate, le lottatrici e le resistenti: su tutte pesa il pregiudizio sessista che investe quindi la maggioranza della popolazione con via via, e variamente, le aggiunte delle discriminazioni classiste e razziste, agite non solo verso persone straniere o in territori conquistati, ma all’interno del paese stesso che non conosce e non pratica ancora i valori dell’unità libera ed egualitaria.
Uno stato fondato su un liberalismo ottuso nei confronti delle donne e taccagno con le classi popolari, paternalista e retorico, imbevuto di un diffuso spirito coloniale attivato sui territori italiani del sud come sulle tante terre da sfruttare e poi investito nei deliranti propositi imperialisti per adeguarsi alla cultura politica europea che avrebbe preparato nuovi genocidi e due guerre mondiali.
È questa l’eredità con cui fare i conti.
Maria Maddalena Rossi raccoglie il dibattito diffusamente presente nell’UDI e tra le donne, preoccupate di ciò che prefigura la corsa agli armamenti: sostenuta dalla sintonia con il gruppo dirigente sente che fare appello alle donne è la scelta di investire su un soggetto politico ancora non riconosciuto dagli uomini e dalle nuove formazioni partitiche ma ben conosciuto nei fatti per la diffusa presenza femminile della Resistenza italiana.
Vogliono vivere in pace e quindi essere cittadine.
Le donne dell’UDI sono impegnate contemporaneamente a inventare le immagini per costruire una visione della società che muti la posizione delle donne, rendendo visibili le sfaccettature e la ricchezza delle loro esistenze, e ad essere concretamente presenti dove le donne vivono, per rispondere ai loro bisogni immediati, per sostenerle nella trasformazione della tradizionale sudditanza in un ‘inedita cittadinanza.
Sono gli anni dei treni dei bambini, che vedono l’Udi impegnata dal 1945 per la salvezza dei piccoli milanesi fino all’alluvione del Polesine e della Calabria,[3] sono gli anni della rinascita dell’impegno sindacale che vede protagoniste moltissime donne dell’UDI a cominciare dalle costituenti, (pensiamo ad Adele Bei che fonda il sindacato delle tabacchine, solo per fare un esempio) sono gli anni dell’impegno di giornaliste e scrittrici anche nell’UDI.
Tra le centocinquanta donne elette nel Consiglio nazionale ci sono Alba de Céspedes, Gianna Manzini, Paola Masino, Natalia Ginzburg, Maria Gasca Diaz, Mary Tibaldi Chiesa, Sibilla Aleramo, la scenografa Maria Signorelli, le artiste liriche Liana Cortini, Lina Pagliughi ecc.[4]
I documenti sono scarni, essenziali, operativi ma noi possiamo immaginare come stavano insieme quelle donne, come s’intrecciavano polemiche e amicizie, conflitti e mediazioni dentro la stessa passione per esistere come donne, pienamente e ovunque.
I messaggi più densi e articolati vengono affidati alla stampa, soprattutto Noi donne ma anche bollettini e ciclostilati interni. Una grande cura viene dedicata all’ideazione dei manifesti, attraverso i quali si costituisce negli anni una vera e propria arte grafica dell’associazione che cerca la visibilità e il consenso ai suoi propositi politici anche attraverso l’efficacia comunicativa delle immagini.[5]
La campagna per la pace, che raccoglierà in pochi mesi tre milioni di firme, sarà accompagnata dalle bandiere cucite da moltissime donne che interpreteranno creativamente le indicazioni e talvolta i materiali forniti dal centro dell’associazione.[6]
Bandiere e vessilli sono da sempre cuciti e ricamati da donne che restano anonime dietro la precisione e la cura dei dettagli con cui esprimono una passione da riscoprire nella sapienza del tessuto, arte e disciplina delle mani che sanno scrivere materialità collettive.
Le donne dell’UDI raccolgono firme e cuciono bandiere di pace che accompagnano le manifestazioni, gli incontri, i banchetti. Sono bandiere creative, tutte simili e nessuna uguale, fatte di strisce, nastri, quadrati, rettangoli di stoffa, quello che si trovava in casa o nelle mercerie, in quel dopoguerra di povertà, spesso personalizzate dalla firma ricamata sul pezzetto di stoffa. Bandiere sempre realizzate in gruppo, quei gruppi di donne che lavorando insieme intrecciano un tessuto politico di relazioni la cui lunga durata ancora ci sostiene.
Un testo visivo e materiale, che innesta un’idea multicolore della pace nell’immaginario della nuova società, pensata e già praticata dalle donne nelle forme della civiltà quotidiana da sempre oscurata: non è un caso se le bandiere abiteranno a lungo sedi e lotte, portate dalle mondine e dalle mezzadre che le issano in alto nelle cascine come testimonianza di una presenza femminile non subalterna, non accessoria, mai zitta.[7]
Poi questa storia viene inglobata in quella dei partigiani della pace, ma siamo nel ’49 e in quell’anno le iscritte all’UDI sono un milione, molte più della somma dei partiti di sinistra. E anche quella poi è una storia dimenticata, persa nelle carte d’archivio e nelle voci delle donne mai interrogate che ora non ci sono più.
Troppo a lungo la storiografia non ha posto domande, non ha posto le domande giuste, ha ignorato oggetti di ricerca determinanti.
Come non pensare che l’idea dei Partigiani della pace sia una sorta di scippo dell’idea politica nata e già realizzata dall’UDI. La mia è un’ipotesi che andrà esaminata da storiche e storici, che magari dimostreranno trattarsi di una mia fantasia malignetta, ma il pensiero mi nasce dalle troppe testimonianze documentate dei furti politici e dalle cancellazioni operate contro le donne, contro le proprie compagne di partito, le stesse che non a caso mantengono, in quella che più avanti definiranno “doppia militanza”, l’autonomia di un’associazione politica delle donne, l’UDI appunto.
Significa che in quegli anni, tra la fine della guerra e la nascita della Repubblica democratica, con l’entrata in vigore della Costituzione, si dispiega tra quelle donne uno straordinario dibattito politico, spesso oscurato dalla contemporanea appartenenza ai partiti e dalle voci maschili che la storia tramanda.
E intanto le bandiere della pace sono presenti, manufatti colorati che non si uniformano in un modello unico, nelle lotte delle lavoratrici, nel mondo contadino, nelle lotte mezzadrili e lo saranno per tutti gli anni ’50. Sono manufatti che le donne portano ovunque, simboli materiali di una libertà d’espressione che ancora non era data, consentita, che ancora era interdetta per le donne. Era un modo di dire “ci siamo a modo nostro”.
Le donne delle bandiere di pace erano spesso lavoratrici sfruttate, donne che non avevano studiato, analfabete di cui non ci viene tramandata la voce, eppure noi sappiamo cosa discutevano quelle donne, perché non erano poi così diverse da noi: nella singolarità delle storie costruivano collettività vitali.
Tre milioni di firme sono tre milioni di mani che si muovono e molte sanno scrivere solo quella, la loro firma. Sono milioni di sguardi che s’incontrano, di parole scambiate, sono milioni di emozioni che si moltiplicano, di speranze che lievitano, sono un’immensa scuola di attivismo politico, sono legami che si saldano e sosterranno altre scelte, il coraggio di esistere come donne in una società in cui la continuità dell’oppressione, la discriminazione delle leggi, la ferocia e il disprezzo, lo sfruttamento nel lavoro e la subordinazione in famiglia, lo stupro legalizzato nel matrimonio e nella prostituzione coatta sono ancora regola.
Quando è come è stato mortificato quell’attivismo? Quelle donne non hanno avuto specchi riflettenti e ingrandenti, solo superfici opache o deformanti eppure hanno conservato quelle storie nei sentimenti che agiscono in forme ignote in una sorta di filo genetico tramandato, anche senza memoria scritta, fino a noi.
È una storia sempre omessa nella storia del pacifismo, che si fonda su elenchi di illustri nomi maschili o al massimo, raramente, ultimamente, qualche scrittrice o filosofa (raramente italiana). Perché?
Chi sono le donne che raccolgono le firme? Possiamo trovare molti nomi nelle carte d’archivio ma soprattutto troviamo le sedi di appartenenza, l’orgoglio e l’impegno di un nome collettivo in cui si riconoscono. Per raccogliere le firme si fanno banchetti nelle piazze, nei quartieri, vicino alle fabbriche, si va di casa in casa, ci si riunisce per dividere il lavoro, per condividere il lavoro, dal centro partono le indicazioni, le “circolari” che diventano efficaci perché le donne che le ricevono decodificano i sentimenti, ne condividono i sentimenti dietro il linguaggio talvolta burocratico. E poi la risposta sono i lunghi elenchi di firme e l’impegno per farle arrivare all’UDI nazionale. Le firme vengono rilegate, per essere poi trasportate.
Dobbiamo immaginare un fitto andirivieni di direttive, suggerimenti, spedizioni postali, domande, richieste, telefonate, trasferimenti, ticchettio di macchine da scrivere, pranzi veloci, cene saltate. Non c’è ancora la TV, il telefono è privilegio di pochi, nei paesi c’è spesso un unico telefono pubblico dove ci si prenota, la radio e la stampa sono ancora quelli del regime e non c’è spazio per le iniziative delle donne, in particolare quelle dell’UDI, delle partigiane, sulle quali pendono le calunnie moralistiche dei benpensanti e delle perbeniste insieme alla normalità della censura misogina diffusa. Le donne dell’UDI inviano e ricevono direttive, suggeriscono iniziative e accolgono suggerimenti, mettono in piedi una grande organizzazione.
Scrive Camilla Ravera: “La lotta per la pace diventa il motivo centrale di tutta l’attività dell’Unione Donne Italiane e, in definitiva, ispira e unifica le azioni e le lotte delle donne democratiche italiane.
Lottano per la pace le operaie che rivendicano il diritto al lavoro giustamente retribuito e la riorganizzazione dell’industria e dell’economia italiana per una produzione capace di assicurare il pieno impiego della manodopera disoccupata; lottano per la pace le braccianti e le contadine che rivendicano migliori condizioni di vita e tutte le donne che chiedono provvidenze per i bambini, per gli invalidi e vogliono rivolte a queste opere ricostruttive, anziché alle opere distruttive belliche, le risorse del paese.(…)
Nel novembre 1947 l’UDI organizza la settimana della pace per richiamare le donne alla necessità di essere vigilanti e pronte alla lotta. Dalle manifestazioni di quella settimana nasce l’organizzazione delle amiche della pace e l’iniziativa di raccogliere fra le donne le firme per la pace. In poche settimane le firme raccolte raggiungono i tre milioni: 500.000 a Firenze, 160.000 a Bologna, 150.000 a Milano, 125.000 a Roma, 121.000 a Parma e così via.
Il 14 marzo 1948, cinquantamila delegate di tutte le regioni d’Italia si riuniscono a Roma per la grande manifestazione delle assise della pace e 127 delegate portano al presidente della Repubblica tre milioni di firme.[8]
In una foto d’archivio c’è il furgone con cui vengono trasportate le firme rilegate: le donne sorridenti in piedi accanto al portellone aperto da cui si vedono le pile di raccoglitori che poi verranno portati alle Nazioni Unite. L’entità materiale, così lontana dai nostri segni immateriali che inviamo con un click senza sapere dove, commuove.
Le donne dell’UDI sono tutte antifasciste e profondamente laiche, molte erano cattoliche ma non pensavano che la pace dovesse essere cristiana, pensavano a una pace umana, una pace che non nascondeva i conflitti sociali ma ne faceva istanza di giustizia, di democrazia e quindi basamento solido per la pace tra le nazioni.
L’UDI si è dichiarata da subito aperta a tutte le donne di qualsiasi fede politica o religiosa e di qualsiasi condizione famigliare e sociale. L’UDI è quindi interclassista, come si diceva allora, non è un’associazione per professioniste eppure si occupa di parità nelle professioni, non è un sindacato eppure si occupa di lavoro. L’UDI si occupa di tutto ciò che riguarda le donne con la visione di una cittadinanza che è prima di tutto comunanza d’intenti tra donne.
Sono le donne che facendo la Resistenza si sono preparate a governare il territorio, perfino senza rendersene conto e sperimentano la passione per una libertà del fare politico mai conosciuta, che trascina il pensiero e lo muta.
L’UDI è nata qualche giorno prima delle Nazioni Unite, quasi un anno prima della Repubblica italiana di cui promuove la scelta nel referendum istituzionale. La democrazia si intreccia nell’UDI all’aspirazione internazionale di pace.
Nel nome, Unione delle Donne Italiane, intendevano già donne che vivono in Italia, non di lingua e cultura italiane o di genitori italiani, a Trieste infatti nascerà l’UDI italo slovena.
Mentre raccolgono firme per la pace e cuciono bandiere si occupano di mille cose, affrontano il problema dell’infanzia a rischio spostando settantamila bambine e bambini dalla povertà estrema all’accoglienza di famiglie solidali; si occupano delle donne stuprate e violate dalle truppe coloniali dell’esercito francese alleato nel basso Lazio: scorrendo gli scarni verbali delle riunioni si percepisce un’attività frenetica per agire ovunque è necessario.
Non si tratta di beneficenza ma di solidarietà, la stessa su cui si è fondata la loro azione nella Resistenza. Non il paternalismo ma la giustizia.
Abbiamo poche foto e dobbiamo immaginarle quando partono, vanno a Parigi ed è la prima associazione che porta un appello con quel numero enorme di firme alle Nazioni Unite. Un atto di fiducia che è anche la legittimazione di un organismo considerato necessario, indispensabile per mettere fine alla parola guerra.
Sono le donne che parlano di “emancipazione”, parola vietata dal fascismo che l’ha considerata sinonimo di prostituzione, ma cercando la libertà per sé e per tutte praticano quella “liberazione” che sprigionerà più avanti, dalle ragazze nate col diritto di voto.
La pace per le donne dell’UDI è manifestazione e mobilitazione, gesto simbolico diffuso e insieme lavoro concreto per cambiare le leggi, per sollecitare le donne a entrare nel sindacato, a farsi sindacato, a entrare nelle amministrazioni locali, a mutare gli istituti di beneficenza in servizi fondati su diritti di eguaglianza delle opportunità.
In quei tre anni troviamo l’elaborazione di una politica della democrazia che guarda lontano e certamente la mobilitazione per la pace è un’occasione d’incontro con le donne che non hanno ancora dimenticato la guerra.
Perché questo fatto scompare?
Perché le donne dell’UDI che hanno raccolto 3 milioni di firme tra il 1947 e il 1948, non appartengono alla memoria collettiva del pacifismo? 
Perché quella mobilitazione non conta, non fa storia, non viene citata?
La cancellazione è l’atto di guerra più diffuso contro le donne, è l’atto che fonda la guerra.
Ci sono precisi dispositivi di rimozione che scattano e sono gli stessi, lo sappiamo, che agiscono ancora oggi occultando l’agire di tante donne, anche dentro le guerre. Sono domande che non possiamo più eludere.
Con quella mobilitazione per la pace comincia simbolicamente un’altra storia, quella che via via cancellerà le leggi più ignobili dello Stato italiano che imponevano sottomissione in famiglia, sfruttamento e subalternità nel lavoro, discriminazione nell’accesso all’istruzione e alle risorse patrimoniali, esproprio della sessualità attraverso la legittimazione dello stupro e della violenza domestica, schiavitù nella prostituzione, negazione della rappresentanza, impossibilità di governare il territorio alla pari con gli uomini.
Perché questa storia è irrilevante nella formazione alla pace, nelle scuole di pace?
Se vogliamo delineare con pochi tratti il contesto storico di quello che ancora oggi, con termine colonialista, chiamiamo Occidente, sappiamo che l’occupazione armata di territori, la deportazione di popolazioni e la riduzione in schiavitù, la cancellazione delle testimonianze materiali della cultura e della vita quotidiana di un popolo, la cancellazione della lingua, il rapimento, il genocidio, l’apartheid, il sopruso, la gerarchia sociale difesa dalla legge, sono strutturali nell’affermarsi del capitalismo e della forma nazione che si fa Stato con la difesa armata dei confini, e si fondano sempre sulla sottomissione delle donne per appropriarsi della loro capacità lavorativa e riproduttiva, con il corollario dello stupro legale.
L’Italia ha fatto la sua sporca parte in questa storia che troviamo ancora esaltata nelle strade e nei monumenti delle nostre città.
Oggi siamo dentro un mercato dei beni simbolici che costringe i corpi a farsi merce, consumatori e consumatrici di noi stesse.
Non ci sarebbe un impegno così pervicace nella cancellazione della storia politica delle donne se non fosse stata costante la nostra ribellione.
Se l’unità di sopravvivenza umana è la coscienza, cioè il modo con cui la coscienza si autorappresenta insieme al mondo di cui è parte, oggi l’appropriazione del territorio avviene attraverso la conquista delle coscienze, il dominio nella formazione dell’immaginario.
In questo scenario la memoria cancellata delle donne è questione centrale per pensare concretamente alla convivenza pacifica.
Se guardiamo ai corpi, le guerre hanno un inequivocabile segno di genere: uomini, pienamente adulti o vecchi, le decidono, perché più uomini che donne occupano posti di governo, uomini, in maggioranza giovani, le combattono, perché gli eserciti sono stati a lungo riserva maschile, luoghi fondanti per il mito della virilità, spesso posti a fondamento della nazione e dell’idea stessa di cittadinanza. Le donne, poche, sono cooptate a sostegno. Moltissime si adeguano asservendosi a piccoli/grandi privilegi, ma sono moltissime le donne che non restano in silenzio, che scelgono la strada di una difficile creativa liberatoria autonomia.
Qual è il tessuto linguistico e narrativo che sostiene la guerra anche in tempo di pace?
Nei testi in circolazione, nei numerosi convegni o apparizioni televisive, gli esseri umani che enunciano il discorso sulla pace sono prevalentemente uomini, le donne sono poche ed ‘eccezionali’ a consolidare l’idea che non è quella la realtà della maggioranza.
La misoginia è il pilastro che regge le discriminazioni razziste come quelle classiste, la guerra contro ogni pratica di pace.
Oggi nel pacifismo si parla di diplomazia dal basso, giustizia ambientale, economie locali solidali. Basterebbe rendere visibile ciò che hanno fatto le donne e qui, nel nostro Paese, allora, potrebbe essere un’immagine simbolica forte quella prima rete solidale che le donne dell’UDI hanno portato a livello internazionale con la semplicità popolare delle bandiere di pace, non standardizzate eppure tutte riconoscibili. Una differenza, segnata dal molteplice invece che dall’uniforme.
Non è credibile un pacifismo che parla il linguaggio neutro delle ingiustizie e discriminazioni occultando i fondamenti misogini della nostra cultura politica.
Ogni scena politica oggi è accessibile anche alle donne purché restino nelle posizioni “ancillari” tradizionalmente definite: poche, molto brave o molto “appariscenti”, posizioni talvolta così gratificanti e redditizie sul piano individuale (non necessariamente venale) che si può decidere di sottrarsi solo se diventa altrettanto attraente per la propria identità e collocazione nel mondo la fatica richiesta dalla costruzione di una soggettività politica collettiva.
Allora tornare a quel milione di donne mobilitate per la pace significa riconoscere le nostre radici in una collettività politica fatta di così tante donne straordinarie che non possiamo ricordarle tutte e restano nei nostri occhi con le loro bandiere di pace, tutte simili e nessuna uniforme.
Non la privatizzazione dei sogni ma un sogno condiviso in milioni di sfaccettature.
Occorre un piano di conversione delle armi e dell’industria, ma intanto serve anche un’attività incessante di bonifica del linguaggio armato, militare, violento, per trasformarlo in lingua del dialogo, dell’espressione, della connessione, un linguaggio del conflitto che non sia mimesi di guerra ma danza delle differenze.
Siamo ormai una piccola associazione che porta la responsabilità di una storia importante e siamo parte di quella storia più grande del femminismo che percorre la terra da più tempo di quello registrato dai libri di storia, perché è quel movimento reale che nasce nella vita di ognuna e cambia il mondo e continuerà a cambiarlo.
Aver reso continuamente invisibile questo movimento è la debolezza della democrazia, ed è uno dei dispositivi con cui viene costruita ogni guerra.
Sono solo i nostri primi ottant’anni, per l’Udi come per la democrazia italiana e perfino per quel desiderio di governo pacifico dei conflitti tra nazioni che ancora si chiama Nazioni Unite.
Nelle bandiere di pace c’è una visione che compone le contraddizioni senza cancellarle, una pratica sedimentata nel limite che ci contraddistingue e ci lega con l’antichissima invenzione dell’ago a un filo che si rinnova e possiamo continuare a cucire.
Abbiamo appena cominciato.
 
 
NOTA: A questa storia, raccontata nel video Appassionatamente pacifiste, realizzato dall’Associazione nazionale Archivi Udi per Archivissima 2024, è ispirato anche lo spettacolo teatrale Belle bandiere di pace, realizzato per Farneto Teatro da Elisabetta Vergani che partecipa, con Luciana Bramati, Andrea Giovarruscio, Elisabetta Ruffini e la sottoscritta, alla ricerca sull’argomento.
 
 

[1] Verbale prima riunione del comitato direttivo, 30 ottobre 1947, cronologico, busta 16, fasc. 179, Archivio Centrale UDI
[2] Il Patto di Varsavia viene fondato il 14 maggio 1955 a Varsavia in Polonia tra l’URSS, l’Albania, la Repubblica democratica tedesca, la Bulgaria, l’Ungheria, la Romania e la Cecoslovacchia. Nel preambolo del patto si fa esplicito riferimento al fatto che esso nasce per bilanciare la situazione creatasi con l’istituzione della NATO. Il Patto di Varsavia è stato ufficialmente sciolto il 1° luglio 1991 durante un incontro a Praga.
[3] https://www.youtube.com/watch?v=7N9dXIZFJ8U
[4] Maria Michetti margherita Repetto Luciana Viviani, UDI: laboratorio di politica delle donne, Rubbettino, 1998 (prima ed. 1985), Nota p. 21
[5] Cfr. Marisa Ombra (a cura di), Donne Manifeste, Il saggiatore, Milano, 2005
[6] https://www.youtube.com/watch?v=r9-X3VlpIXo
[7] Cfr.: Catalogo della Mostra: Bandiere della pace a cura dell’Archivio Udi della Provincia di Siena, aprile 2025
[8] Camilla Ravera, Breve storia del movimento femminile in Italia, Editori Riuniti, Roma, 1978, p. 212-213