Cultura in sciopero!!!

La forma cooperativa, nata dalla visione di una orizzontalità della connessione tra lavoro umano e risorse in un progetto concreto di maggiore giustizia sociale e democrazia, è mutata in frammentazione dello sfruttamento e quasi schiavizzazione del lavoro.
Questa mutazione ci mostra perfettamente la capacità della forma capitalista, che si fonda sul rapporto coatto tra profitto e sfruttamento, di mutare il significato concreto delle parole usandole come canale di mistificazione della realtà.
Forma moderna dell’antico “divide et impera” l’origine popolare e addirittura socialista della forma cooperativa ha coperto a lungo una realtà che si faceva via via più asservita agli interessi di pochi appaltatori di sfruttamento.
Nei lavori manuali ormai siamo direttamente alla schiavitù, gestita dai caporali fuori da ogni legge e sempre al limite del crimine.
Per i lavori cosiddetti “intellettuali” , con un termine del tutto improprio, se non per il riferimento agli anni di studi e relative certificazioni richieste, perché sappiamo che l’intero corpo è al lavoro nello scavo archeologico come nella cura di anziani, per guidare nei musei o educare bambini e bambine, le cooperative sono state il veicolo principale di una esternalizzazione e lottizzazione finalizzata, di fatto, solo allo sfruttamento.
Ripeto questa parola perché non ci sono perifrasi opportune in questo campo.
Come si reagisce alla condizione di sfruttamento? Ci sono molti modi: rabbia, lamentazione, indifferenza per il proprio lavoro, piccoli escamotage per sottrarsi alla fatica e recuperare qualche mancia aggiunta al reddito nella competizione tra pari.
Capisco che ci s’inventino forme perfino ignobili, e sempre meschine, per sottrarsi a queste condizioni di lavoro: è umano cercare vie d’uscita.
Scegliere la strada della denuncia collettiva con lo sciopero significa dichiarare la propria cittadinanza. Non è solo protesta, non è solo via d’uscita, è la rappresentazione di un mondo altro fondato sulla dignità e non sull’opportunismo.
Lo sciopero, che si fonda su un “autodanneggiamento”, dice a gran voce la rinuncia ai pur indispensabili spiccioli di un giorno per proclamare che non siamo merce in vendita, capitale umano assoggettato al valore di mercato, ma donne e uomini capaci di esercitare diritti con una visione non sottomessa del mondo comune in cui abitiamo.

Nei lavori della cultura e della cura le donne sono prevalenti, come sempre più sfruttate e ghettizzate sono ancora l’imprevisto della storia. Da queste donne ricomincia la nostra speranza, perché cultura e cura sono i pilastri dell’esistenza umana.

Una pensionata grata alle donne e uomini che oggi scioperano anche per noi, per la dignità di tutte e tutti. Grazie davvero di cuore.