Principesse e campioni

Nell’anfiteatro quadrangolare del mio microscopico quartiere, quasi sempre silenzioso, le rare voci risuonano e giungono alla finestra del primo piano nascoste dal sipario dell’oleandro rosa generosamente fiorito.
Le rare voci arrivano come battute di prove teatrali ovattate dal velo sonoro di fruscii e cinguettii che definisco silenzio accompagnando qualche presenza infantile.
Le bambine vengono salutate con l’appellativo “principessa”, i bambini sono “campione”.
Per quanto rare le voci che ripetono i due appellativi superano la soglia della mia concentrazione chiamando la mia attenzione.
Le principesse andranno informate che i titoli nobiliari sono decaduti con la nascita della Repubblica democratica e mi chiedo se ci sarà qualcuno o qualcuna capace di spiegare il fatto che sono cittadine, che crescendo avranno diritti e doveri, responsabilità da misurare con i desideri, che fare la principessa è un gioco, una recita divertente tra molte altre.
I campioni sono implicitamente spinti alla gara per diventarlo, come se la vita fosse tutta racchiusa in un campo di calcio. Una spinta brutale che immette nell’età della crescita il fantasma della selezione, l’ansia della competizione.
L’aura vezzeggiante dei due appellativi, propinati con toni affettuosi, nasconde significati aberranti, l’ombra di antiche e rinnovate ingiustizie fondate sul privilegio e l’esclusione, piccoli corpi precocemente infilati in ruoli, mercificati in precoci sottomissioni alla divisa, che sia l’abito scintillante o la maglietta numerata, ingabbiati negli stereotipi che la lingua impone ai pensieri. Si tratta della lingua affettiva, famigliare, madre, che agisce come infibulazione del cervello nella concretezza delle interazioni quotidiane.
Le donne che hanno liberato l’Italia dal nazifascismo e hanno scritto la Costituzione avevano nel cuore l’infanzia e la sua liberazione, dalla povertà materiale come dai vincoli oppressivi del familismo.
Bambini e bambine non sono un investimento la cui rendita certifica la famiglia di un bollino di qualità, sono il futuro che ci cresce accanto.
Stamattina vorrei che la principessa e il campione sperimentassero la libertà di inventare giochi nel piazzale di fronte: aspetto le loro voci liberate come l’ultima, unica, speranza, per questo territorio asservito.