Pensando alle donne della Costituente

Le donne votano da 80 anni. Continuano a votare più degli uomini ma troppe non votano, non partecipano, non sanno che ogni questione è politica e per questo ogni questione ci riguarda.
Scrivevo dieci anni fa:
Che cosa significa ricordare i settant’anni del voto alle donne in Italia?
Le madri costituenti se ne sono andate e anche la maggior parte delle donne che hanno sognato una democrazia in cui vivere libere ed eguali, cittadine a pieno titolo.
Libere prima di tutto dalla necessità di difendersi dalle leggi, come quelle che stabilivano l’inferiorità del valore del lavoro delle donne e che consideravano inaffidabili le donne; libere dalla sottomissione paterna e maritale, libere dalle gravidanze coatte, dallo stupro legalizzato con il matrimonio, dalla discriminazione legalizzata dal pregiudizio, dall’asservimento del corpo e dalla mortificazione dei pensieri.
Ancora a lungo si discusse in Italia dell’inaffidabilità delle donne, della nostra intrinseca debolezza, della perfidia, frivolezza, incapacità. Discutevano gli uomini: delle donne a cui era stato affidato il plastico da trasportare, nascosto contro la pelle perché col freddo esplode, a cui avevano affidato le informazioni, il territorio, le case, i rifornimenti, la loro stessa vita.
Solo ventun donne, elette da quattro partiti, con storie famigliari e politiche diverse, profondamente unite dall’antifascismo, dalla convinzione che la democrazie vive solo se tutte e tutti hanno il diritto di votare ed essere votati, che nel matrimonio i coniugi devono essere pari, che il salario deve essere pari a parità di lavoro, che la Repubblica ha il compito di rimuovere gli ostacoli che “di fatto, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione (…)”, che la sovranità appartiene al popolo, e metà del popolo è donna, che la Repubblica ripudia la guerra.
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DONNE PACE DEMOCRAZIA: pratiche contraddizioni visioni – Montecitorio 24 ottobre 2025 – 80° UDI

Provo ad attraversare queste tre parole immense con una storia che sta dentro l’origine, i primi anni, i primi passi dell’UDI, perché qualche volta per vedere la strada che percorriamo basta accendere una piccola luce sul passato.
Imparare a vedere dove ci sembra ci sia solo vuoto oscuro.
Una storia dimenticata, anzi rimossa. Un piccolo indizio ignorato dalla storiografia pacifista, compresa quella femminista, che ci riporta ad una storia importante, una storia che riguarda le donne impegnate a fare dell’Italia una Repubblica democratica, quindi riguarda anche noi, oggi.
I loro passi sono anche i primi di una nuova forma dello Stato italiano che nasce dalle macerie morali e materiali lasciate dalla guerra.
Tra il 1947 e il 1948 le donne dell’UDI lanciano una raccolta di firme per la pace e contro la proliferazione delle armi atomiche e nel 1948 consegnano al rappresentante delle Nazioni Unite tre milioni di firme.
Il 30 ottobre 1947 Maria Maddalena Rossi, da poco eletta presidente dell’Unione donne italiane (UDI) fa una proposta al Consiglio direttivo dell’associazione che ha già definito la pace e la difesa del lavoro delle donne tra le questioni principali da affrontare, raccogliendo le tante aspettative e istanze espresse negli interventi al congresso.
Nel verbale, affollato di voci e stringato, l’intervento di Maria Maddalena Rossi, riportato come tutti in terza persona, viene sintetizzato in modo conciso e chiaro:
Sulla giornata per la pace illustra il fatto che la giornata del 30 novembre è stata scelta dalle organizzazioni femminili di altri paesi. I punti da illustrare sono:
1° Disarmo generale
2° Bomba atomica e impiego mezzi bellici.
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Lidia Menapace nel centenario della nascita: LA POLITICA COME SCIENZA DELLA VITA QUOTIDIANA

  • Testo integrale dell’intervento svolto a Padova il 7 novembre e a Napoli il 29 novembre 2024

Mi perdo. Ogni volta che qualcuno mi chiede di scrivere o parlare di Lidia mi perdo per intere giornate nelle sue carte, nelle mail che ci siamo scambiate, nei suoi libri. E faccio fatica a trovare il filo di parole che stia dentro la misura data. Mi sono resa conto che non posso ancora parlare di lei, sono troppo vicina, e non dico “sono stata” perché, come accade con le persone care, lei è ancora presente nella mia vita, non sono ancora riuscita a collocarla nella distanza necessaria per l’elaborazione, mi parla ancora.
Da quando abbiamo cominciato a lavorare insieme, nel lontano 1987, ho sempre utilizzato i suoi testi, le sue proposte, le sue intuizioni teoriche per leggere il mondo e agire, non solo nei luoghi abitati per lavoro o per politica, ma nella mia stessa vita. Per questo mi atterrò ai suoi testi, scritti intorno al nucleo teorico che è stato il fuoco della sua politica. Fuoco nel senso di focolare intorno al quale si costituisce e riproduce la vita.
Non racconterò di lei o di noi ma voglio ricordare con le sue parole il pensiero di fondo su cui si è sviluppato il nostro rapporto umano e politico (umano perché politico), dentro quella sorta di dichiarazione di posizionamento nelle relazioni tra donne che enuncia nel 1991 a proposito di “ordine simbolico della madre”[1]. Un tema molto di moda in quegli anni in cui ci si interrogava molto sui caratteri delle relazioni tra donne, il cui esito politico sul momento fu una grande produzione di veti, steccati, rigidità, litigiosità, interdizioni, separazioni, probabilmente anche per una malintesa opzione di fedeltà che forse non era richiesta in quei termini.
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Un inestinguibile credito di pace

APPUNTI PER IL PRESENTE maggio 2022-giugno 2024

GESTIRE I CONFLITTI

Il conflitto è un’esperienza comune: esiste nel  mondo delle relazioni affettive, quelle a cui pensiamo di poterci appoggiare con fiducia in qualsiasi momento e dentro cui vogliamo costruire le forme della nostra personale riproduzione esistenziale; esiste nel mondo delle relazioni famigliari dentro cui abbiamo mosso i primi passi in un territorio e che ci definiscono nelle connessioni sociali a partire dal cognome che portiamo, in Italia ancora da secoli quello del padre, ultimo segno di quella patria potestà che inscriveva il dominio nella prima e più intima relazione, quella che emerge dall’evento della separazione e incontro con il corpo materno.
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Le parole e i diritti: note a margine

Silenzio
Nei contesti comunicativi la parola è d’obbligo, non si esprimono le proprie argomentazioni con il silenzio.
Sono stata in silenzio dodici secondi prima di cominciare a parlare e dopo i primi sei ho ricevuto un sollecito, con il tono di affettuoso incoraggiamento.
Di fronte a me ho colto sui volti qualche espressione di stupore, chi mi ha invitata a questo convegno forse avrà avuto un attimo di imbarazzo.
Questo significa che noi siamo sempre immerse e immersi in un universo comunicativo in cui decodifichiamo velocemente messaggi attraverso il filtro della nostra storia, sociale famigliare linguistica.
Si dice che la comunicazione passi per il 75% dal non verbale, quindi molti messaggi entrano nel mio sistema recettivo prima che io ne prenda coscienza.
Il linguaggio non si genera nel vuoto ma dentro un’organizzazione del tempo, le strutture fisiche del luogo e una grammatica dei corpi, costituita da posture atteggiamenti espressioni abbigliamento, che eccede continuamente la grammatica della lingua definendola e ridefinendola a seconda dello spazio comunicativo che i corpi pensanti predispongono e vivono.
La prossemica e lo spazio architettonico in cui siamo prevedono che chi sta in cattedra esprima un discorso verbale e che questo discorso abbia determinate caratteristiche, che fluisca in forma argomentativa e documentata. Qualche citazione poetica potrebbe essere accolta solo a chiosa del discorso, un intero poema sarebbe un intervento straniante.
Il silenzio è imprevisto: turba, disturba, sorprende, imbarazza.
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Il riscatto di Europa

Una donna stuprata e ferita non resta fissata nell’esistenza di vittima, può riscattare la sua vita presa in ostaggio dalla violenza e riparare le fratture, ricucire gli strappi, curare le ferite.
Può perfino crescere figlie e figli nati dalla violenza e farne donne e uomini che rinnegano e mutano la cultura del padre, le leggi scritte e non scritte del Patriarcato.
Una donna può uscire dalla violenza, rialzare la testa, lenire il dolore, la mortificazione, può chiedere e accettare aiuto, può sottrarsi allo stupratore, al maschio violento che vorrebbe fissarla allo squarcio del possesso e cominciare a scrivere un’altra storia.
Un percorso individuale che può essere solo collettivo, può cominciare dentro una minuscola collettività di donne e ampliarsi fino a includere l’immaginario collettivo, la consapevolezza di donne e uomini, reti parentali e amicali, comunità dialoganti più che identitarie.
Le donne e gli uomini abitanti l’Europa posso oltrepassare la fissità del mito di una giovane donna oltraggiata da un dio maschio: le donne non sono più solo giovani prede a cui imporre il processo riproduttivo della specie (e quindi della cultura vigente), gli uomini non sono dei e possono uscire dall’immaginario eroico e violento che li inchioda al corpo a corpo con la morte attraverso la guerra costante all’alterità e quindi anche a sé perché ogni essere della specie umana è insieme un io e molte alterità.
Una donna, Ursula Hirschmann, sposata a Eugenio Colorni, ha portato il Manifesto di Ventotene all’antifascismo ancora clandestino, come ha ricordato Altiero Spinelli.
Quella donna, il suo entusiasmo e coraggio, le sue convinzioni politiche, i suoi passi in un mondo che dalla clandestinità ha conquistato la libertà sono già la rappresentazione concreta del riscatto di Europa.
Il mito si è fatto storia che cammina con i nostri passi, di generazione in generazione, un nome diventato comune fatto di molti progetti di donne e uomini che sanno unire buona volontà e pensiero critico. Non è facile né scontato, si tratta di scegliere ogni giorno.
Una politica comune ispirata ai principi del Manifesto di Ventotene, aggiornata con il pensiero femminista, l’unica grande cultura politica che non ha mai avuto la guerra tra i suoi principi e non si fonda su dichiarazioni astratte ma, concretamente, sulla gestione nonviolenta dei conflitti, è la strada sui cui ci stiamo muovendo, tra mille difficoltà, incertezze, boicottaggi.
Siamo in molte e molti a sapere che non c’è altra strada se vogliamo pensare al futuro.
Persone e popolazioni vogliono una vita degna di essere vissuta.
 
Pensando all’Afghanistan, alle donne e uomini in fuga che cercano asilo in Europa e sono già parte del nostro futuro con le loro scelte, con le nostre scelte.
 

Stereotipi di genere e cultura: una lunga durata

Testo pubblicato in: Roberta De Pasquale (a cura di), Liberi da stereotipi. Educhiamo al rispetto, costruiamo parità, Bergamo University Press, Sestante Edizioni, Bergamo 2020

Quando, intorno alla metà del X secolo, Adalberone di Laon[1]fissa l’immagine di un ordine sociale diviso tra coloro che pregano, coloro che combattono e coloro che lavorano, semplificando la complessità del nascente mondo feudale nella teoria statica che mette ognuno al posto decretato da Dio, è evidente che le donne non ci sono.

Le donne sono le invisibili, in ognuno dei tre ordini, perché a loro è affidato il compito di riproduttrici, più vicine al mondo animale che a quello umano, di cui rappresentano l’imperfezione, per una convinzione che arriva dalla cultura greca, attraversa la storia romana e sopravvivrà intatta fino al Settecento.[2]

Adalberone registra e fissa un’assenza, traghettando nella nascente società europea, che si sta formando intorno a nuove e diverse centralità politiche, una diversa cultura religiosa, nuove lingue locali, un’idea dell’esistenza femminile come accessoria che arriva fino a noi.

L’invisibilità è il primo fondamento culturale degli stereotipi di genere e sessisti, perché l’invisibilità è la pagina bianca su cui si può scrivere senza tener conto della realtà.

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Parole da casa: abbiamo conquistato l’emancipazione, ora usciamo dal patriarcato

Dietro di noi abbiamo generazioni di donne che hanno lottato e lottato e lottato, in casa e fuori casa, in solitudine e in collettività politiche, per salvare la propria vita, per la vita di tutte le donne, per la vita di tutti i nati e nate da donna sul pianeta, per la vita del pianeta.
Veniamo da una lunghissima storia di conquiste e sconfitte e la sconfitta delle donne ha sempre significato sconfitta di una società intera, guerra, morte, distruzione, genocidio, paura.
Abbiamo ricominciato ogni volta da noi, dalle nostre case, dalle nostre, vite, cambiando relazioni, quotidianità, leggi.
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8 marzo 2019 RICONOSCIMENTO: Un decalogo del femminismo per una porzione quotidiana di felicità

1. Riconosco in te una donna perché so che chiunque tu sia e qualunque sia il colore della tua pelle e dei tuoi capelli, la tua statura, la forma dei tuoi occhi, la tua inclinazione sessuale, il tuo reddito, la tua provenienza territoriale, la tua posizione sociale e politica, che tu sia nata donna o che tu abbia voluto diventarla, che tu sia sana o malata, giovane o vecchia, abile o disabile (con tutto ciò che di stereotipato significa) in tutti tutti i casi qualunque uomo può offenderti, sminuirti, ridicolizzarti, perseguitarti, ferirti, ucciderti solo perché donna, trovando intorno a sé silenzio, complicità, omertà.
Riconosco le donne reali che vivono accanto a me. Leggi tutto “8 marzo 2019 RICONOSCIMENTO: Un decalogo del femminismo per una porzione quotidiana di felicità”

Dopo Siena: INCLUSIONE

Inclusione. Di tutte le parole dette nella due giorni di Siena, (bellissimo appassionante appuntamento, generosamente organizzato) questa è certamente la più condivisibile eppure la più ambigua, per come è stata affermata e ripresa, dopo che qualcuna, poche oltre a Lidia Menapace, ha nominato alcuni contenuti come l’antifascismo, il patriarcato, il capitalismo, sui quali è quanto meno necessario aprire il dibattito. Leggi tutto “Dopo Siena: INCLUSIONE”