Letture quotidiane nella scuola

Seminario nazionale: “SCIENZA DELLA VITA QUOTIDIANA”

Pesaro 23 – 24 marzo 1991

“Letture quotidiane nella scuola: il disagio di un’insegnante.”

Forse sarebbe stato più costruttivo parlare di “progetti del quotidiano nella scuola ” e certo questo potrebbe essere il tema di un prossimo appuntamento, ma nel pensare i progetti o le esperienze fatte, da un po’ di tempo non riesco a sottrarmi ad un fastidioso senso di disagio.

Le esperienze che noi viviamo nella scuola hanno come trama comune la nostra capacità di gestire bisogni, desideri, passioni, domande, incertezze, differenze, diversità dentro un contesto dato, cioè dentro limiti, vincoli, imposizioni, novità, eventi.

Gestiamo cioè un insieme di relazioni complesse dentro uno spazio e un tempo fortemente vincolati.

Sono, le nostre, esperienze a tutto tondo, non perchè noi ne vogliamo proiettare un’immagine falsamente liscia e brillante ma perchè fortemente segnate da quell’atavico senso di responsabilità che ci fa dipanare con pazienza ogni nodo, ci fa tenere d’occhio le smagliature, rattoppare ogni sfilacciatura perchè l’insieme tenga, perchè non si aprano crepe irreparabili.

Noi sappiamo bene di non produrre oggetti che si possono incollare ma di “accudire” persone, ragazze e ragazzi, bambini e bambine.

Il nostro modo di lavorare nella scuola non ci consente però spesso di prendere distanza, di vedere gli scarti, le crepe che si aprono malgrado noi, le irresponsabilità che non riusciamo a neutralizzare e che talvolta occultiamo con il nostro maniacale “punto pieno”.

Per questo mi sembra opportuno cominciare dal disagio per parlare di scuola, “il disagio dell’insegnante” appunto.

Tolgo prima di tutto questo titolo dalla “neutralità”. Dovrei definirla “genericità” ma preferisco neutralità perchè mi sembra esprima meglio quel procedimento attraverso il quale un individuo, generalmente, ma non sempre, di sesso maschile, espone una sua esperienza in terza persona facendo d’autorità un passaggio che non è consentito nemmeno dalla democrazia, di identificazione della propria esperienza con quella collettiva, passaggio che risulta spesso come imposizione e insieme appropriazione del silenzio degli altri o delle altre.

Io sto cercando di analizzare il mio disagio, un disagio che mi appare come la costante di sottofondo del mio stare a scuola.

Sgombro perciò subito il campo dal disagio come sentimento forte e, insieme, occasionale, nel senso che a scuola, come ovunque, ci sono molte occasioni di disagio che sono l’oggetto della nostra quotidiana gestione.

Voglio cioè sgombrare il campo dal disagio come somma dei disagi quotidiani, alcuni fissi altri variabili, che s’intrecciano ovviamente ai momenti gratificanti, alle gestioni positive, ai momenti in cui “tiriamo il fiato” perchè le cose cominciano a funzionare.

Mi sono accorta che sotto il fitto strato del quotidiano permane una fastidiosa sensazione, si è venuto coagulando un disagio sotto forma di attenzione vigile nei confronti di una sorta di trama sottostante, un tessuto solido ma poco visibile.

Sono a disagio per una sorta di mia ingenuità, per il fatto che qualcosa mi sfugge dei legami sedimentati che attraversano le mie giornate e i mie gesti come “naturali”.

Ho cercato perciò di sgrezzare le sensazioni con una specie di griglia di rilevazione, proprio come faccio a scuola con i testi difficili, più o meno: luogo – tempo, soggetti – oggetti.

M’inoltro per tentativi.

Il luogo, nella mia vita, è in realtà un percorso, un andirivieni fra tre luoghi: la casa, la scuola, l’Udi.

Sono tre luoghi materialmente distinti, me lo dicono la fisicità dei contesti, delle relazioni, io ne percorro le faticose distanze. Ma a loro volta e a loro modo questi tre luoghi percorrono la mia vita, abitano il mio immaginario, e tra la materialità dell’esistenza e il suo ricasco nel mio immaginario avverto il primo scarto.

Nel loro esistere concreto, fuori di me, io abito questi luoghi in modo distinto e, direi, variamente efficiente e anche qui si tratta credo di quell’atavica abilità a comprendere luoghi e persone, situazioni ed eventi, ad agire e reagire con quella chimica dei sentimenti e dei gesti con cui cerchiamo sempre di rendere commestibile ogni realtà.

Ma il modo in cui questi materiali dell’esperienza si depositano nelle stanze del mio pensiero non disegna lo stesso efficiente percorso.

Uso la casa come metafora del pensiero perchè mi sembra che si nasce dentro una casa, certo, ma che quando si nasce una qualche casa è già dentro di noi, e noi cominciamo subito ad abitarla.

Altre, altri, i casi della vita, gesti,parole, desideri, bisogni, ne ammobiliano o ne devastano le stanze e si modifica continuamente questa casa, talvolta per un progetto a lungo pensato, talvolta perchè i gesti casuali di una storia neppure a noi subito chiara depositano abitudini distratte fino a cambiarne spazi e funzioni.

Insomma se nell’andirivieni tra le case della mia vita seguo percorsi abbastanza lineari, dentro, gli spazi non sono chiaramente divisi, inciampo continuamente in mobili che non riesco a sistemare, mi porto oggetti inutili e finisco col mettermi per strada chiudendomi dietro un inestricabile e fastidioso disordine.

In questo modo ogni mattina arrivo a scuola.

La scuola è un luogo di trasmissione della cultura: cerco di partire da questa luminosa certezza. Ma perchè ci sia trasmissione è necessario che ci sia memoria e la memoria non solo per essere trasmessa ma anche semplicemente per esistere ha bisogno di un linguaggio e un linguaggio si iscrive in un orizzonte di senso.

Linguaggio e orizzonte di senso appartengono ad ognuna/ognuno di noi come quel deposito singolare e collettivo che ci consente riconoscibilità e convivenza dentro lo scorrere del tempo.

Tento la strada della definizione ma è difficile e poi già avverto un primo inciampo.

A scuola e quindi socialmente passa l’idea che la memoria collettiva sia depositata in bell’ordine nei libri, nel cervello dei “dotti” ed ora anche nei megabyte dei computer.

A tal punto è potente questa illusione che il problema della connessione tra memoria, trasmissione e sapere, nella scuola non viene neppure preso in considerazione.

Ci si illude di poter trasmettere il sapere senza tener conto del fatto che la memoria personale è quella casa in cui si depositano le esperienze e si modificano gli spazi e noi invece operiamo come se tutto fosse già sistemato e si trattasse solo di mettere lenzuola e posate per renderla “operante”.

Lavoriamo, o meglio la struttura scolastica ci chiede di lavorare, come se queste case pensiero fossero tutte uguali e si trattasse di fornire a tutte lo stesso tipo e colore di lenzuola e di tende per renderle abitabili.

Così la scuola mi appare prima di tutto il luogo della smemoratezza tanto che perfino la parola memoria viene usata nel suo più limitato significato di attività di memorizzazione ripetitiva.

Una eclatante forma di smemoratezza mi appare quella della scuola proprio fondata sulla negazione della memoria personale.

A nessuno viene riconosciuta la propria storia, i corpi cancellati nell’in-differenza dei ruoli non trovano né ascolto né parola.

Non esiste la possibilità di elaborare la propria storia personale: anche i lavori che in questo senso vengono fatti alle elementari o alle medie vengono poi considerati semplicemente propedeutici allo studio della storia vera e propria negando che ci sia in ognuna/ognuno di noi la radice di un’appartenenza ad una qualche storia significativa.

Questa smemoratezza della scuola a me comincia a non apparire casuale e credo che vada indagata in alcuni aspetti che mi sembrano parte di quella trama solida e poco visibile che sostiene l’intero edificio.

Si nega qualsiasi memoria personale, apparentemente si chiede che vengano accumulate abilità e nozioni ma poi si ripropone il medioevo in ogni ordine di scuola come se tutto fosse sempre da ricominciare (e di fatto poi lo è perchè la scuola lascia poche tracce nella memoria).

Le discipline tecnico-scientifiche sono presentate in modo totalmente a-storico, semplificate in una catena di nessi logici che predispongono domande e risposte in successione lineare.

Non “memorabili” quindi ma solo memorizzabili dentro quel percorso lineare e asettico che fissa nell’immaginario collettivo un’idea di storia come glorioso incedere dell’umanità sulla strada del progresso che cancella una percezione del reale come complesso intersecarsi di più storie e di più soggetti.

Sull’altra faccia della medaglia le discipline che hanno una strutturazione storica raccontano una storia lontana, decisa altrove, una storia di linguaggi, gesti, codici di sopraffazione.

Una storia a tutto tondo che occulta il suo soggettivo esistere come memoria del presente, presentandosi come dato a sostegno di chi, il presente, è in grado di deciderlo.

La cancellazione delle donne, ad esempio, rappresenta una tale voragine che, a voler essere gentile, riduce la storia ad un groviera con più buchi che formaggio e invece i buchi non si vedono e ti danno la sgradevole sensazione, quando ti ci metti, che la storia delle donne sia lo stuzzicadenti sul panino, una frivolezza che non intacca la “consistenza” della storia.

E invece proprio l’assenza delle donne e la difficoltà di “vederle” nella storia, se non come banale presenza aggiuntiva, rende macroscopicamente evidente il fatto che questa storia è la memoria di qualcuno ma non di tutti ed ha la funzione, se letta attentamente, più di raccontarci il presente che di svelare il passato.

Se la storia diventa la ricerca personale della propria memoria il presente diventa il luogo in cui le soggettività propongono le loro domande, il presente diventa luogo della politica, di una gestione della propria vita meno delegabile.

Forse anche per questo poi la scuola è smemorata in sé.

Cioè non solo la scuola cancella le storie personali e impone una storia che stabilisce prima di tutto gerarchie e poteri, impedendo ad esempio la trasmissione tra le generazioni di donne ma la scuola cancella continuamente la propria stessa memoria.

Da un anno all’altro, da un ciclo all’altro di scuola ogni memoria, ogni traccia del passaggio di persone, uomini e donne, bambini e bambine, viene accuratamente cancellata.

Ogni anno le aule vengono ripulite, ridipinte, ogni segno, ogni presenza vengono cancellati, gli edifici tornano nuovi, asettici.

Vengono cancellati anni di vita, corpi, ricordi e gli edifici proiettano continuamente con la loro spoglia serialità l’immagine di un sapere che non attraversa i corpi, le vite, che non s’inscrive in eventi, ripensamenti, dimenticanze, scoperte, gesti, emozioni, incontri ma che è pura funzione sociale a cui adeguarsi.

“Pensa a studiare” dicono i genitori e gli insegnanti quando gli eventi irrompono nella vita dei ragazzi o delle ragazze con l’opportunistico buon senso di chi sa bene che il sapere non è la ricerca di sé e della propria vita ma il rigido codice di accesso ad una società altrettanto rigidamente strutturata.

E il disagio cos’è se non il senso di perdita che attraversa ragazze e ragazzi ma anche insegnanti nell’impossibilità di trovare strumenti, progetti, parole per un’inversione di rotta ?

Non esiste nella scuola un tempo pensato per la trasmissione, almeno per l’accumulo delle esperienze.

Gli edifici, l’organizzazione dello spazio e del tempo sono pensati per un sapere dato, trasmissibile ogni anno nello stesso modo. Noi sappiamo che non è così, ogni anno è diverso, ogni alunno/a ha la sua storia, ma il messaggio dell’istituzione è fortissimo tanto che ci cattura perfino in una smemoratezza personale.

Spesso non riusciamo neppure a sedimentare, a ripensare le nostre stesse esperienze prese nelle maglie strette dei programmi e nella variabile continua delle classi che ci costringono o a proteggerci con eccessiva rigidità di programmazione o ad un immane lavoro di ridefinizione continua nella gestione di situazioni sempre diverse che ci lasciano insoddisfatte per l’impossibilità di avere tempi adeguati di elaborazione e di riflessione.

A scuola oscilliamo tra la gestione dell’emergenza e la riproduzione della serialità nella perdita continua di una memoria del nostro lavoro che rende difficile perfino la trasmissione fra noi, una trasmissione orizzontale che pure dovrebbe essere il fondamento di quella gestione collegiale che tanto si enfatizza nelle varie circolari.

Se la memoria, come la storia, che è appunto il racconto e la sistemazione della memoria dentro un orizzonte di senso (orizzonte quindi mobile perchè accompagna il nostro materiale percorrere il tempo) ha bisogno di tracce, la scuola è, in ogni suo aspetto, cancellazione di ogni possibile traccia.

Forse per questo è così difficile per le donne decifrare il proprio disagio, perchè questa cancellazione dell’esistenza non coincide con il silenzio ma con un tempo completamente occupato dalla serialità e dalla ritualità dentro cui si perdono e si confondono parole e gesti “singolari”.

Parole e gesti quindi risultano espropriati dei contenuti propri e sembrano diventare i significanti che trasmettono unicamente il vistoso messaggio della gerarchia, della competizione, dell’autorità.

Parole e gesti che non si misurano nella concretezza e singolarità delle relazioni sopravvivono nelle forme più rituali e insensate costringendo ogni nostra iniziativa in una divisa mentale che ne stravolge i significati.

Il disagio non è semplice da decifrare perchè il nostro accesso in forma quantitativamente rilevante alla scuola è relativamente recente e dentro una situazione di svalorizzazione di questo lavoro che conosciamo bene.

Noi, da brave emancipate, non mettiamo in discussione l’impianto e, quando non ci adattiamo diventando più realiste del re, finiamo col trasportare nella scuola quei saperi di gestione del quotidiano di cui parla Lidia Menapace senza però assumerli e valorizzarli come tali.

Nei casi migliori (e sono molti altrimenti la scuola non starebbe in piedi) percorriamo la scuola con la nostra atavica abitudine e insieme capacità a gestire l’ingestibile, a gestire perfino l’assurdo se pensiamo che storicamente abbiamo continuato a gestire la vita anche in tempo di morte.

Abbiamo accettato ogni guerra, ogni rischio incidentale di morte senza pensare il senso della nascita, al di là della retorica sulla madre non abbiamo mai patteggiato il potere della riproduzione con la certezza della sua conservazione.

Un processo storico da svelare, una storia di cui ancora dobbiamo decifrare le tracce e con la quale dovremo misurarci quando e se entrerà nel nostro “orizzonte di senso”.

Noi riproduciamo nella scuola il nostro vissuto quotidiano così com’è stato storicamente, luogo di oppressione, di accomodamento delle risorse ai bisogni e delle relazioni ai desideri rispetto a scelte e limiti decisi e stabiliti altrove.

Noi continuiamo a gestire il quotidiano ma il significato della nostra vita viene deciso altrove e il patto sociale ancora si riproduce senza comprenderci.

Allora il luogo da indagare mi appare sempre di più il quotidiano, la casa, quel percorso segnato dal mio continuo andirivieni.

Quale immaginario mi porto appresso così sedimentato nei miei gesti da intrecciare antiche complicità alle più faticose o felici trasgressioni ?

Di fatto oggi s’incontrano nella scuola un sapere solenne che si presenta come neutro ed è in realtà solo senza memoria, dimentico dei corpi e del divenire del tempo, ottuso di fronte al limite ed alla complessità e corpi di donne concrete, portatrici di una memoria che parla ancora lingue sconosciute.

Il quotidiano è dentro una memoria individuale ancora non elaborata.

La gestione della casa, dei bisogni materiali come delle relazioni si è tradotta in un linguaggio in cui si sono intrecciate oppressione e creatività: le stanze, i mobili e i soprammobili, il necessario e il superfluo, la scansione del tempo, le primavere e gli inverni, depositano nella casa una memoria nei segni di un linguaggio che ancora non conosce la nostra scrittura.

Una storia da indagare rimettendo in gioco, interrogando le discipline e le scritture, i modelli conoscitivi, la struttura stessa del sapere.

Se il processo di sessuazione della specie è un itinerario dinamico e quindi storico diventa determinante svelare quei depositi dell’immaginario che costituiscono le trame simboliche dentro cui si gioca la materialità dell’esistenza.

Il simbolico mi sembra infatti più un terreno da indagare nel quotidiano che un ordine da costituire ripescando frammenti del passato per mettere al riparo la fragilità dei nostri pensieri dentro il tempo presente.

Noi siamo le madri delle nostre madri e l’esistenza, dentro la nostra storia, di quelle donne che la memoria degli uomini ha clamorosamente cancellate non può essere affidata al mero recupero aggiuntivo dentro quell’orizzonte di senso che non conosce il nostro sguardo.

Se resto nel quotidiano, nello scorrere dei giorni che costituiscono la mia vita non mi sembra casuale che una società come la nostra abbia la smemoratezza quasi come programma politico.

Una società smemorata che non conosce il silenzio come capacità di porsi domande autentiche, anzi le parole si sprecano in quella memoria a tutto tondo che ci viene continuamente presentata.

C’è un abilissimo utilizzo di frammenti reali di memorie individuali e collettive con i quali vengono prodotte costruzioni linguistiche e figurative, immagini, storie totalmente fittizie ma insieme difficilmente decifrabili.

E c’è un’invasione del quotidiano, una volontà di totale direzione dei luoghi del quotidiano da parte della logica del mercato che viene presentata come felice emancipazione e uscita dalla fatica e dall’oppressione.

C’è un martellante messaggio sull’emancipazione raggiunta che per ora è servito soltanto a rendere più difficile la comunicazione tra noi e le nuove generazioni cancellando appunto la memoria del senso reale che hanno avuto per noi parole che ora sono moneta corrente di una modernizzazione che sa usare la nostra stessa esistenza per renderci invisibili.

Torna così urgente il problema del rapporto tra memoria, trasmissione, scuola e luoghi del femminismo.

Non è un caso che sia stato proprio il movimento delle donne a fare del racconto personale, della narrazione della propria storia, una pratica politica in quel “partire da sé” che radica ogni nostro gesto, ogni nostro pensiero in quell’appartenere appunto a sé, alla propria storia che ci ha consentito di dire “io sono mia”.

Partire da sé significa partire dalle proprie condizioni quotidiane di vita, da un soggetto quindi, come dice Luisa Passerini, che passa dalla sogge-zione alla sogge-ttività affermando un doppio diritto: ad essere nella storia, ad avere una storia.

La memoria quindi è anche scelta politica.

Per questo indagare gli stereotipi, i mutamenti e le permanenze, i riti e i miti del quotidiano, la rete simbolica del presente, significa allargare i buchi della storia, farne dei varchi non miserabili per le donne che hanno abitato il presente prima di noi.

Significa affermare che la storia, come la memoria, non sono depositate in qualche luogo sacro da venerare ma sono nei gesti e nei luoghi della nostra vita, nel percorso del nostro tempo.

Svelare l’ambiguo del quotidiano significa anche svelare ciò che non ci appartiene e dire che cosa non vogliamo di questa emancipazione patinata che ci vogliono regalare.

Insomma se l’agio è questo addomesticamento smemorato io conservo il mio disagio come luogo di attenzione e diffidenza senza lamentazioni ma come coscienza di una marginalità che interroga i confini, intuisce altri territori.

Il disagio di un viaggio fuori dalle lingue conosciute alla ricerca di me.