Tolleranza

Mi è capitato stamattina di rubare involontariamente il parcheggio. L’auto era ferma con la freccia per uscire, così ho interpretato, in modo evidentemente errato, e la giovane donna mi ha rimproverata con voce dura, mantenuta anche dopo le mie scuse come se fossi un’incorreggibile ragazzina, anzi di più, una volgare approfittatrice. Le mie scuse e l’evidente imbarazzo non hanno scalfito la coscienza adamantina del suo diritto. doveva farmi vergognare di me stessa e io mi sono vergognata e scusata. Mi sarei vergognata ancora di più di spiegarle che comunque ero già stata lì due volte il giorno precedente e me n’ero andata via, perché non avevo trovato  parcheggio e non sono in grado di camminare per lunghi tratti per un problema alle gambe. Leggi tutto “Tolleranza”

Cura

CURA
di Rosangela Pesenti
(in Ritanna Armeni (a cura di), 2011, Parola di donna, Ponte alle Grazie)

Sostantivo femminile di origine latina (secondo il dizionario di Tullio De Mauro emerge nella lingua italiana nel XIII secolo) dai molteplici contigui significati: sfumature del pensiero, e del fare, che trovano posto in parole diverse, così come l’intera gamma dei colori, che s’allarga nelle più varie tonalità, è contenuta nel bianco che ne è sintesi e matrice. La cura è il bianco.
Premura, sollecitudine, impegno, diligenza, attività, compito, pensiero, preoccupazione, riguardo, assistenza, custodia: sono molte le approssimazioni sinonimiche di questo bisillabo, che trova anche un’applicazione più individuata in materia giuridica ed ecclesiastica ed ha una sua naturale estensione nel verbo curare, che ne declina l’intrinseca attivistica ragione: in termini moderni potremmo persino definirla mission, che è sempre ovviamente anche una vision: più che un modo di guardare il mondo, la cura è un modo di abitarlo.
Da noi in campagna si chiamava ‘cura’ l’attività di lavaggio annuale della biancheria da letto per riportarla al candore originario e, come il colore bianco, la cura è talvolta invisibile agli sguardi superficiali, ridotta da alcuni a non-colore, semplice base su cui esercitare ben altre competenze, la pagina su cui si scrive, la tela su cui si dipinge, la luce del mondo invisibile come l’aria che respiriamo.
Forse per questo, a mio avviso un po’ sbrigativamente, dagli anni ’70 è invalso l’uso di definire ‘lavoro di cura’ tutta quella miriade di attività sommerse, erogate prevalentemente dalle donne nella vita quotidiana, che non conoscono valorizzazione economica, oltre che scarsa e mortificante retribuzione monetaria, come se il termine potesse avere una perenne oscillazione tra generica utilità e specificità impossibili da catalogare non solo per la varietà, ma per l’intrinseca flessibilità.
Così è spesso la vita delle donne: mai interamente definibile nei suoi tempi e forme di lavoro anche quando ne svolgono uno preciso, con accesso al mercato, pari agli uomini.
Per Lidia Menapace, che fin dall’inizio del dibattito femminista ha nominato questo lavoro più precisamente come economia della riproduzione,[1] qualificata dai tre aggettivi: biologica, domestica e sociale che ne definiscono gli ambiti, la cura è il modo che ne caratterizza l’erogazione.
La cura è un modo, cioè una forma dell’essere, una sinergia di pensieri, gesti, atteggiamenti, posture, mimica del viso e degli arti, competenza prossemica, uso del linguaggio verbale, modulazione della voce, estetica del corpo e tutto ciò che realizza compiutamente una prestazione lavorativa nell’economia della riproduzione.
Economia che non riguarda lavori socialmente utili, ma variamente indispensabili, a cominciare da quello della riproduzione biologica, origine della stessa esistenza umana e fondativo della società, passando per quella domestica, inscindibile dall’abitare umano, fino a quella sociale: scuola, sanità e pubblica amministrazione, da cui deriva la forma stessa dello Stato.
La cura è il modo di svolgere un lavoro che non può dare profitto, infatti i figli non sono una proprietà, la scuola non sforna prodotti e l’ospedale non può essere il terminale delle case farmaceutiche.
Per questo però è così difficile riconoscere le forme organizzative e il valore di questo lavoro, fondato sulla cura, in un’economia appiattita sul modello aziendale e l’asservimento al mercato. 
I lavori della riproduzione non si possono fare con incuria, noncuranza, trascuratezza, disinteresse, distrazione, indifferenza, negligenza. Senza cura questo lavoro non esiste perché non se ne configura l’esito, così come il pezzo sbagliato uscito dalla catena di montaggio non può essere definito prodotto e infatti si chiama scarto.
Come nella produzione delle merci la divisione del lavoro ha un suo limite quantitativo in una mansione non ulteriormente frazionabile, che deve essere ripetuta con precisione,[2] così nel lavoro della riproduzione esiste un elemento non qualitativamente riducibile, anche nel suo segmento più semplice, ed è la cura.
In medicina la parola cura viene sempre più sostituita da terapia, termine più articolato dell’antico rimedio, ma la cura resta l’unico modo di esercitare le professioni di questo settore in modo efficace per i/le pazienti, che si tratti  dell’operazione svolta dal grande primario/a o dell’iniezione di un infermiera/e. Gli altri modi non sono previsti dal codice deontologico professionale.
Trascurare la cura nell’organizzazione dei lavori della riproduzione costringendoli nelle procedure e protocolli sperimentati (e non sempre con successo) per i lavori produttivi, significa mettere a repentaglio la sopravvivenza stessa, minando alla radice le forme delle relazioni sociali.
L’impegno non è la conformità esecutiva, la diligenza non è la precisione, la premura è più dell’attenzione, la custodia non è il possesso, il gesto della cura non si ripete mai uguale perché si adatta alle circostanze, alle persone, agli eventi.
La cura non è solo una modalità trasmissibile, ma è il modo stesso della trasmissione, infatti diversamente dall’apprendimento semplice di una mansione o di un gesto del lavoro produttivo non prevede la ripetizione meccanica, al contrario richiede sempre che il soggetto agisca una indispensabile quota di libertà insieme alla parte di necessità, la libertà che attiva nel soggetto fruitore la capacità di modificare il gesto appreso dentro le circostanze che infinitamente diversificano il cammino umano su questa terra.
Di questa parte nascosta del cammino umano le donne ancora possono essere maestre per tutti. 

[1] Cfr: Lidia Menapace, Economia politica della differenza sessuale, Edizioni Felina Libri, Roma 1987; Scienza della vita quotidiana in Reti 1990, Crisi ed economia della riproduzione in “Su la Testa”, supplemento di Liberazione, n.1/2010
[2] Cfr: Adam Smith, La ricchezza delle nazioni

Intervento al XV Congresso Udi

Non interverrò sulle questioni politiche di cui mi occupo da molti anni e oggi con particolare impegno e passione, dalle forme della democrazia all’economia della riproduzione, dai diritti di bambine e bambini alla cittadinanza inclusiva, ecc.

Sono stata una delle due responsabili della sede nazionale che insieme all’attuale delegata ha costruito per tre anni il XIV Congresso al termine del quale ho scelto di non essere più attiva nell’Udi. Non condividevo le nuove scelte relative alla forma degli organismi dirigenti ma soprattutto non avevo il tempo, l’energia e le risorse economiche per continuare a sostenere le mie idee dentro l’associazione. Leggi tutto “Intervento al XV Congresso Udi”

Contro i ladri del tempo

A che punto è l’alfabetizzazione nel nostro Paese? Sembra una domanda stupida visto che dalla fine degli anni Settanta è cominciata la scolarizzazione di massa e un numero crescente di studenti è entrato anche all’università. 
Questo per quanto riguarda l’alfabetizzazione tradizionale, perché per i nuovi linguaggi le giovani generazioni sembrano crescere sapendo padroneggiare video e computer, cellulari e navigatori. Leggi tutto “Contro i ladri del tempo”

Né veline né vestali

“Donne manifeste”
per la manifestazione SE NON ORA QUANDO
in NOI DONNE, marzo 2011

Chi convoca una manifestazione ha generalmente il potere di farlo e cioè, al minimo, un luogo da utilizzare liberamente per un primo confronto di idee, mezzi per renderlo visibile e un potenziale consenso, dato dalla posizione sociale che occupa e dalla rilevanza politica che ne deriva.
Sono contenta che esistano donne autorevoli e che alcune di queste donne abbiano proposto a tutte di manifestare, dicendo implicitamente che da sole non ce la fanno, che senza di noi, visibili, nelle piazze e ovunque, le loro parole sono deboli, la cittadinanza dei loro pensieri più incerta, la loro visibilità più occultabile anche se vivono carriere di onesta raggiunta parità ai livelli più alti di responsabilità e accesso alle risorse. Leggi tutto “Né veline né vestali”

Donne “manifeste”

Chi convoca una manifestazione ha generalmente il potere di farlo e cioè, al minimo, un luogo da utilizzare liberamente per un primo confronto di idee, mezzi per renderlo visibile e un potenziale consenso, dato dalla posizione sociale che occupa e dalla rilevanza politica che ne deriva.

Sono contenta che esistano donne autorevoli e che alcune di queste donne abbiano proposto a tutte di manifestare, dicendo implicitamente che da sole non ce la fanno, che senza di noi, visibili, nelle piazze e ovunque, le loro parole sono deboli, la cittadinanza dei loro pensieri più incerta, la loro visibilità più occultabile anche se vivono carriere di onesta raggiunta parità ai livelli più alti di responsabilità e accesso alle risorse. Leggi tutto “Donne “manifeste””

Manifestazione 13 febbraio: adesione con proposta

Alle donne che hanno convocato la manifestazione del 13 febbraio: adesione con proposta

Non sottovaluto mai, né svaluto, l’iniziativa presa da una donna, o da tante, su contenuti che condivido: la difesa della democrazia, la visibilità delle donne e delle loro vite tutte, la lotta contro immagini mistificatorie che sostengono, anche dentro le moderne democrazie, la politica patriarcale in qualsiasi forma, che sia quella eclatante della riduzione dei corpi femminili a pezzi di carne in vendita, che sia quella strisciante del perbenismo borghese, che riduce anche le donne più intelligenti ad essere poco più che vestali dei valori costituzionali o all’indispensabile casalingato che, dalla casa alle aziende, dalle associazioni alle istituzioni, tiene in piedi la società a tutti i livelli. Leggi tutto “Manifestazione 13 febbraio: adesione con proposta”

A proposito di libertà, lettera alle donne dell’Udi Monteverde

Care Carla e tutte,

affido all’Udi Monteverde questa breve riflessione perché la inoltri a tutta l’Udi. Riflessione breve perché i tempi di lavoro e di vita non mi consentono di articolarla in modo più approfondito, che comunque non mancherò di fare appena possibile.

Le donne dell’Udi sono cittadine e possono fare ciò che vogliono. Se manca un dibattito politico che consenta azioni veramente condivise la responsabilità è di chi ha il compito di costruire espressioni condivise. Compito faticoso che richiede precise scelte, che certo non si può improvvisare.
Resta comunque la libertà di ogni donna e ogni Udi di rispondere agli eventi, che non sono mai interamente prevedibili, come ritiene opportuno. L’Udi non ha rappresentanti, ma solo deleghe su mandati di responsabilità, o mi sbaglio? Leggi tutto “A proposito di libertà, lettera alle donne dell’Udi Monteverde”

Come le donne sostengono l’economia criminale

in “Su la testa” novembre 2010

L’economia capitalista determina, sostiene, favorisce, i crimini contro l’umanità. Guerre, carestie, genocidi si succedono, come nei tempi bui dell’economia feudale, perché il legame tra profitto e mercato non produce libertà e risorse per tutti.

I problemi economici attraversano la vita e i discorsi quotidiani, e non solo da quando la crisi costringe a confrontarsi con le fonti di redditi e salari e a ripianificare i consumi. L’andamento della borsa è da anni un settore fisso del telegiornale, una sorta di giaculatoria mattutina accanto alle previsioni meteorologiche, le notizie sul calcio e spesso l’oroscopo, segnalando così “inconsciamente” il proprio carattere poco scientifico e l’uso manipolatorio, eppure l’economia resta un tema per addetti ai lavori: gli economisti parlano il loro latinorum disdegnando di ridurlo ad una lingua “volgare” comprensibile alla gente comune, le banche segnano il territorio con la loro capillare presenza, come un tempo le chiese, richiedendo la stessa obbediente osservanza, e rispondono all’oscura logica sovrastatale del mercato, intoccabile come dio. Leggi tutto “Come le donne sostengono l’economia criminale”

Elogio di un lavoratore del call center

Sono incappata in una disavventura molto comune di questi tempi: ho dovuto disdire il contratto telefonico Wind Infostrada per poter avere un gestore che portasse anche nel mio paesello del profondo nord la linea ADSL.
Ho inviato la comunicazione all’inizio del 2009, dopo qualche mese scopro che ho rinunciato solo ad un servizio perché la mia lettera non specificava il nome dei due servizi a cui rinunciavo, mando una seconda lettera il 27 di agosto, viene smarrita, una terza a gennaio allegando ogni volta fotocopia delle lettere precedenti e delle ricevute di ritorno. Ogni volta faccio almeno due telefonate al call center per capire cosa devo fare e ne ricevo altre che sollecitano i pagamenti da addetti che non sanno nulla delle mie raccomandate e non hanno modo di averne informazione. Leggi tutto “Elogio di un lavoratore del call center”