Nessuna metafora è per sempre

Rispondendo all’invito per  l’incontro a Roma dal titolo: “Il cielo si sta annuvolando”
 
Il cielo non si sta rannuvolando, anzi, per tutta l’estate abbiamo sperato nelle nuvole che potessero dare sollievo alla terra riarsa, alle fioriture precocemente bruciate, al razionamento d’acqua imposto già da maggio nella pianura padana, terra di fiumi e di sorgive, mentre a nord si scioglie il permafrost mutando per
sempre il paesaggio alpino.
 
Le metafore esprimono il nostro immaginario e questa metafora è bella ma inadeguata, riecheggia, perfino in forma moderata, il richiamo di una nota serie televisiva “L’inverno sta arrivando”.
 
Stiamo vivendo una crisi climatica provocata dalla specie umana e dal sistema economico che in quattro secoli ha colonizzato la terra e il nostro immaginario.
Un sistema che riproduce continuamente gerarchie sociali a base patriarcale, come sappiamo bene, e quindi di volta in volta inventa razze, etnie, discriminazioni, utilizzando il potere riproduttivo delle donne.
 
Ho letto con attenzione gli inviti e raccontano una storia che non mi convince.
Io c’ero: ero iscritta al Partito Comunista al momento della Carta delle donne ma ero anche attivista nell’Unione Donne Italiane, ricordo il dibattito e le contraddizioni; c’ero nel 1995, l’UDI aveva fatto il XII congresso che proponeva la gestione politica delle differenze teoriche non componibili, molte di noi in giro per l’Italia costruivano su questa base Convenzioni e in particolare la Convenzione di donne contro tutte le guerre; c’ero anche nel 2011 in piazza a Bergamo in sintonia con le tante donne di Roma e di tutto il Paese, differenziandomi dalla posizione assunta dall’UDI nazionale, perché quando le donne si muovono per la propria libertà ci sono e ci sarò finché posso, facendo mia la posizione politica che fu di Rosa Luxemburg, vicina a quelle che allora si chiamavano masse anche contro le direttive del suo partito.
Con me e come me si sono mosse molte donne dell’UDI e l’esito si vide al Congresso dello stesso anno.
C’ero anche qualche anno prima, quando a Milano si creò il movimento Usciamo dal silenzio e qualche anno dopo quando il movimento Nonunadimeno ci ha chiamate in piazza contro la violenza maschile sulle donne.
Ci sono stata sempre, nei momenti di visibilità ma anche negli anni di silenzio, continuando il lavoro oscuro di tessitura di relazioni che comprende il lavoro organizzativo, sempre invisibile ma imprescindibile se vogliamo sedimentare posizioni e generare azioni di cambiamento, soprattutto per chi vuole misurarsi con le istituzioni.
Il nodo è, appunto, l’organizzazione, quel lavoro minuto e oscuro fatto prima di tutto della capacità di riconoscimento tra donne che ho conosciuto anni fa nell’Unione Donne Italiane e che mi ha convinta, da femminista, che quello potesse essere il luogo in cui dare forza concreta ai miei sentimenti, ai miei pensieri.
 
Considero uno dei fenomeni storici più interessanti da indagare, nella storia politica delle donne italiane, la costante rimozione, riduzione, deformazione dell’esistenza dell’UDI e della sua lunga durata alimentata da molte generazioni politiche di donne.
Una costante che sarà indagata dalle prossime generazioni di storiche se vorranno capire l’intera storia politica italiana, istituzionale e non, nella complessità delle relazioni sociali anche di classe tra donne e tra donne e uomini.
Il termine “classe”, ormai desueto nelle analisi politiche resta, a mio avviso, centrale nei processi riproduttivi che hanno le donne come generatrici fondamentali, ma sarebbe un discorso molto lungo e questa non è la sede.
Il tempo e il reddito sono le ricchezze (o le povertà) che s’intrecciano nelle vite, soprattutto in quelle delle donne. L’una condiziona ed è condizionata dall’altra.
Tempo e reddito s’intrecciano poi con le condizioni fisiche, non solo determinate dall’età ma certo imprescindibili dall’età come dalle circostanze della vita.
 
Sono le tre condizioni che mi fanno declinare l’invito ma scrivendo mi sono resa conto che non mi sembrano mancanze, anzi, al contrario, le sento come posizioni da cui guardare il mondo.
Sono limiti certo, eppure oggi è proprio il limite il luogo materiale e immaginario da indagare e da provare a vivere con azioni divergenti rispetto a quelle che vengono definite narrazioni dominanti.
Il limite e la distribuzione delle donne nella scala sociale, che nessuno mette più in discussione, e che ci vede tutte perdenti ma in modi e a condizioni molto diverse.
Come spiego spesso il patriarcato è sopravvissuto ai cambiamenti epocali cooptando quote di donne a proprio sostegno in varie posizioni e attraverso l’elargizione di privilegi percepiti perfino (e giustamente secondo le leggi vigenti) come diritti.
Anche qui il discorso sarebbe lungo perché la definizione dei diritti, come dei crimini, è dentro una contrattazione sociale che accompagna le istituzioni democratiche, oggi in situazione di stallo e arretramento.
Ci muoviamo verso il futuro guidate da ciò che pensiamo del passato, da ciò che sappiamo vedere del passato. Il presente mi appare a un tempo drammatico e ricco di possibilità. Il mio è uno sguardo radicato in una delle tante invisibili periferie da cui guardo le troppe atrocità e la dissipazione a tutti i livelli, cercando i germogli che già ci sono e se non li vedo cerco di immaginarli.
 
Cara Alessandra, come sai, quando una donna mi chiede qualcosa o mi manda un invito rispondo sempre e quasi sempre porto il mio contributo, per quel che posso.
Il fallimento dell’azione politica ‘Dalla stessa parte’ ha comportato uno spreco di tempo che mi ha fatta riflettere su riconoscimenti e disconoscimenti, sulle strutture sociali del potere simbolico che ci attraversa e costituisce, sulla forbice aperta tra il dichiarato e l’agito, sull’imperizia organizzativa e molto altro.
 
L’attenzione storica, al passato lontano come a quello vissuto, per me non è mai operazione nostalgica o recriminatoria ma alimento e sostegno al presente in cui l’agire politico deve essere insieme puntuale e lungimirante. In questo momento posso solo cercare di capire cos’è accaduto e augurarmi che nuove generazioni possano trovare le risposte e le azioni in cui noi siamo mancate.
Per questa iniziativa posso solo augurarvi la migliore riuscita.
 
Affettuosamente
Rosangela Pesenti
Cortenuova, 19 settembre 2022