I gradini. Monologo per il presidio del 25 novembre 2019

Non vi dico il mio nome, no, non ve lo dico, non voglio diventare famosa perché sono una vittima di violenza.
Leggete i nomi di quelle già morte e l’età, guardate l’età delle donne uccise, e il luogo. Ovunque.
Studiatele, una per una, non leggete solo i giornali, che non raccontano niente.
Io non ci sono ancora tra quei nomi, ma ci sarò, sicuro come il sole, ci sarò e non farete in tempo a salvarmi.
Per questo voglio raccontarvi la discesa.
Perché sì, è una scala, in discesa.
All’inizio i gradini sono bassi, larghi, si scendono allegramente, non te ne accorgi, perché le strade in discesa sono più facili delle salite, l’ultimo si scende con fatica, ma a quel punto è più facile scendere che risalire, come all’inizio, continui a fare quello che hai imparato a fare: scendere.
Io ci sto pensando perché sono qui, sull’ultimo gradino e lui mi aspetta, sull’ultimo gradino, dove è sempre stato.
DI-SCE-SA, scanditela bene, vi serve, perché su quei gradini all’inizio siamo tutte insieme, poi si scende si scende e l’ultimo … l’ultimo si scende da sola. Con l’assassino sei sola.
Una discesa, non una salita, perché sembra di non fare fatica.
Scendi i gradini senza pensare. Ti sembra tutto normale.
Adesso io sono in bilico.
Scendi un gradino dopo l’altro e non hai tempo di fermarti a pensare.
La mia principessa, lo ripeteva sempre ed era una frase dolce come un cioccolatino.
Ti tratta come una principessa dicevano le amiche, le zie, mia madre, per non parlare di mia suocera.
Mia, diceva lui, per qualsiasi cosa. Non ricordo quando è sparita la principessa ed è rimasto solo il MIA. I miei soldi, il mio stipendio, la mia casa, i miei figli. Tu sei mia moglie.
Dal mio amore, alla mia principessa al MIA e basta.
A ogni figlio qualche gradino disceso. Tra il primo e il secondo lavoravo ancora, ma ero diventata un’incapace, sempre di corsa tra nonne baby sitter spesa lavoro. Tra il secondo e il terzo il lavoro non mi piaceva più, sempre con la paura che mi togliessero la mezz’ora per il ritardo, sempre con la paura di essere licenziata, sempre con la paura e sempre arrabbiata. Sempre arrabbiata e quindi la colpa era mia, ogni colpa. Litigavamo e a un certo punto lui mi mollava una sberla. Allora io piangevo, si allentava la tensione, lui mi chiedeva scusa, facevamo l’amore.
Ero così occupata e preoccupata: i bambini, le lavatrici, la scuola, ho disceso i gradini a rotta di collo, uno dopo l’altro, pensando di stare meglio.
Stare meglio se lasciavo il lavoro, se facevo i compiti con i bambini e le maestre non avevano niente da dire.
Stare meglio se non andavo alla festa della classe, che tanto quelle lì non erano mie amiche nemmeno quando andavamo a scuola.
Meglio se non uscivo con mia cugina, che non è sposata e non può capire.
Meglio se non mi offendo quando dice che sono stupida perché ha ragione, lui è più intelligente.
Meglio se sto in casa e al sabato facciamo la spesa tutti insieme.
Meglio perché non mi manca nulla e lui è anche un bell’uomo, ha sempre quel suo fascino che piace anche alle mie amiche.
Quando mi dice cretina non c’è il MIA e mi manca, perché quando dice MIA il tono è particolare, mi confondo, mi confonde.
Il MIA è stato uno scivolo più che un gradino e mi sembrava che tutte le cose che dicono le femministe sono stupide, sono donne che non hanno trovato l’uomo giusto. Volevo essere SUA e lui diceva MIA. Perfetto.
Ecco, l’uomo giusto è uno dei primi gradini che scendi. Quando dici che lui deve essere maschio, sicuro, saper comandare, deve avere le palle, deve guadagnare tanto, è giusto che sia geloso: sono tutti gradini scesi.
E se lui si ferma lì ti va bene, ma tu non sai dove sei.
Voi non sapete dove siete.
Poi ci sono gli altri gradini, quando dici tutte quelle cose con le amiche: che quella là ha fatto carriera perché è andata a letto col suo capo, che le donne sono più stronze degli uomini, che quella che mi ha portato via il fidanzato è una zoccola, che quell’altra non dovrebbe andare in giro conciata così, che anche lei ha i suoi torti se lui la picchia, se viene stuprata a una festa se l’è proprio cercata, lui è un bonaccione ma lei glieli ha proprio fatti girare. Sono tutti gradini che scendi.
Molte si fermano a un certo punto, molte risalgono, poi ci sono quelle come me, che non si accorgono di precipitare.
Adesso lui mi ammazza e diventa un assassino, io al cimitero, lui in carcere, i bambini chissà dove.
Per colpa sua, certo.
Ma lungo la discesa dei gradini le responsabilità sono tante. E complicate.
Lui è responsabile delle sue azioni, io sono responsabile di aver creduto che lui avesse sempre ragione, che fosse il suo carattere, che gli uomini sono fatti così.
E poi ci sono tutti quelli intorno con la loro parte di responsabilità, grande. Tutte l’abbiamo se pensiamo che a noi non capita, non ci riguarda, non ci interessa.
Non puoi aspettare che qualcuno ti dica cosa devi fare. Devi imparare a dire NO.
Adesso è tutto più difficile, anche decidere a chi chiedere aiuto, di chi fidarsi. Ma tocca a me, lo so.
Devo decidere se incontrarlo un’ultima volta, anche se sono scappata con i bambini, anche se il giudice ha detto che lui non si può avvicinare.
Mi hanno insegnato che le donne sono tutte invidiose, che non ti devi fidare neanche delle amiche.
Così ho imparato a non fidarmi di me. Perché sono una donna.
Al Centro mi hanno detto di non accettare di incontrarlo anche se lui piange e sembra pentito.
Io sono confusa, non so cosa decidere, al telefono aveva la voce dei primi tempi, le persone possono cambiare, lui è sempre il padre dei miei figli, quando ha quella voce lì io mi sento ancora tremare, e non di paura.
Di questo devo avere paura, devo difendermi dai miei sentimenti per proteggermi da lui.
Ti vogliamo viva, mi hanno detto le donne del centro. Posso fidarmi di una donna? Posso fidarmi di me?

 

Testo originale: I GRADINI
 
Non vi dico il mio nome, no, non ve lo dico, non voglio diventare famosa perché sono una vittima di violenza.
Leggete, leggete i nomi di quelle già morte e l’età, guardate l’età delle donne uccise, tutte le età, e il luogo, dov’è accaduto, studiatele, una per una. Qualcuna le ricorderà, qualcuna ci scriverà un libro, ma loro non ci sono più, non leggeranno quel libro.
Io non ci sono ancora tra quei nomi, ma ci sarò, sicuro come il sole, ci sarò e non farete in tempo a salvarmi. Forse.
Per questo voglio raccontarvi la discesa, perché sì, è una discesa, scalini, scivoli, alti, bassi. In discesa.
Non ve la racconto in poesia, e neanche in prosa, la racconto così come mi viene, so che mi capite. Se volete, perché anche di capire si sceglie, su queste cose non è che ti viene così, naturale, devi decidere di capire.
All’inizio i gradini sono bassi, larghi, si scendono allegramente, non te ne accorgi, perché le strade in discesa sono più facili delle salite, l’ultimo si scende con fatica, ci si pensa, ma a quel punto è più facile scendere che risalire, come all’inizio, continui a fare quello che hai imparato a fare: scendere.
Io ci sto pensando perché sono qui, sull’ultimo gradino e lui mi aspetta, dove è sempre stato, ma io non riesco a vederlo bene, nemmeno adesso, perché sono sempre troppo lontana o troppo vicina.
Ecco, voglio raccontare la discesa, DI-SCE-SA, scanditela bene, per voi, vi serve, perché su quei gradini che scendono verso l’inferno all’inizio siamo tutte insieme, poi si scende si scende e l’ultimo … l’ultimo si scende da sola. Con l’assassino sei sola.
Una discesa, non una salita, perché sembra di non fare fatica. L’inferno è una discesa verso l’oscurità, anche in pieno giorno, anche in piena estate.
Voglio raccontarvi i primi gradini, perché gli ultimi li conoscete, sono i soliti, sono sui giornali, raccontati male, perché i giornali non raccontano niente di quello che accade davvero.
Anche per me adesso è difficile raccontare perché sono sull’ultimo gradino, il più basso, il più vicino a lui. Sono in bilico.
Non so se mi ricordo qual è stato il primo. È in alto ormai, quasi non lo vedo. Vedo il matrimonio, quello sì, ero già discesa ma non lo sapevo, volevo un abito a sirena, aderente, con la schiena nuda, volevo essere sexy. Lui mi ha detto che non avevo bisogno di conquistarlo, “vestiti da principessa mi ha detto, sei la mia principessa, tu devi essere sexy solo per me”.
Mi ha dato un brivido, di piacere.
Forse.
Quando lo racconto tutte mi dicono che avevo il diritto di vestirmi come volevo, che avrei dovuto capire il suo bisogno di controllarmi. Se dico che per me aveva ragione, che oggi la penso così anch’io, che anche l’obbligo di essere sexy è un modo per essere dipendenti, le mie amiche mi dicono che sbaglio, che sono ancora dipendente da lui, dalle sue idee. Sono confusa perché non riesco a capire cosa penso davvero, tutte mi dicono cosa devo fare, cosa devo pensare, come lui.
Come a scuola e poi a casa, e poi i social, la moda, le amiche, tutti a dirti cosa devi pensare, cosa devi fare. Nessuno ti insegna davvero a pensare, neanche a scuola ti spiegano queste cose.
Cosa vuol dire fermare i pensieri, metterli in ordine, interrogarli, capovolgerli con il dubbio, confrontarli  per capire: io l’ho imparato tardi, scendendo i gradini, ho imparato tardi a capire.
Ad esempio ho capito che la trappola non era nell’abito sexy, che lì forse lui aveva ragione e anche le mie amiche, e in fondo avevo ragione anch’io che alla fine ho rinunciato all’abito sexy, e non l’ho fatto perché me l’ha detto lui ma perché non ero convinta io, ma l’ho capito adesso, che sono passati dieci anni, dieci anni di gradini discesi, uno per uno. Ho capito che per trovare il filo del pensiero, il mio, devo togliere via quelli degli altri, delle altre, filo dopo filo, finché resta il mio di pensiero, quello che voglio davvero, un pensiero che è come un respiro ampio, libero ed è fatto di tanti pensieri nuovi, diversi da tutto quello che ti senti dire.
Ma non ci riuscivo mentre ero impegnata a sistemarmi sul gradino appena sceso e già venivo spinta già verso l’altro. Non avevo tempo di fermarmi a pensare.
Perché la questione non era proprio quella del vestito sexy ma quella della principessa. La mia principessa, lo ripeteva sempre ed era una frase dolce come un cioccolatino, l’abito da principessina al matrimonio degli zii, quello per carnevale, la Barbie principessa, anche nei libri di scuola le donne erano regine e principesse o non c’erano proprio.
Ti tratta come una principessa dicevano le zie, e anche mia madre, per non parlare di mia suocera.
Mia, diceva lui, per qualsiasi cosa. Non ricordo quando è sparita la principessa ed è rimasto solo il MIA, possessivo, aggettivo e pronome. I miei soldi, il mio stipendio, la mia casa, i miei figli. Tu sei mia moglie.
Dal mio amore alla mia principessa al MIA e basta, tu sei mia e fai quello che decido io.
A ogni figlio qualche gradino disceso. Tra il primo e il secondo lavoravo ancora, ma ero diventata una buona a nulla, sempre di corsa tra nonne baby sitter spesa lavoro. Tra il secondo e il terzo il lavoro non mi piaceva più, sempre con la paura che mi togliessero la mezz’ora per il ritardo, sempre con la paura di essere licenziata, sempre con la paura e sempre arrabbiata. Sempre arrabbiata e quindi la colpa era mia, ogni colpa. E non ero una brava mamma, perché ero sempre stanca, e arrabbiata. Litigavamo e a un certo punto lui mi mollava una sberla. Allora io piangevo, si allentava la tensione, lui mi chiedeva scusa, facevamo l’amore.
Ero così occupata e preoccupata: i bambini, le lavatrici, la scuola, che ho disceso i gradini a rotta di collo, uno dopo l’altro, pensando di stare meglio. Stare meglio se lasciavo il lavoro, se facevo i compiti con i bambini e le maestre non avevano niente da dire, e mia suocera veniva meno a casa perché non ne avevo bisogno. Stare meglio se non andavo alla festa della classe, che tanto quelle lì non erano mie amiche nemmeno quando andavamo a scuola. Meglio se non uscivo con mia cugina, che non è sposata e non può capire. Meglio se dico sempre sì, perché lui è più intelligente. Meglio se non mi offendo quando dice che sono stupida. Meglio se sto in casa, al sabato facciamo la spesa tutti insieme così lui vede direttamente quello che spendo. Meglio perché non mi manca nulla e lui è anche un bell’uomo, ha sempre quel suo fascino, anche quando siamo a casa e mi dice che sono proprio una cretina. Vicino a cretina non c’è il MIA e mi manca, perché quando dice MIA il tono è particolare, mi confondo, mi confonde.
Ecco il MIA più che un gradino è stato uno scivolo e mi sembrava che tutte le cose che dicono le femministe sono stupide, magari sono donne che non hanno trovato l’uomo giusto. Volevo essere SUA e lui diceva MIA. Perfetto.
Ecco, l’uomo giusto è uno dei primi gradini che scendi, come se un uomo fosse giusto sempre e una volta per tutte. Come se la felicità si potesse comprare una volta per tutte. Quando dici che lui deve essere maschio, duro, saper comandare, essere più intelligente di te, deve guadagnare tanto, deve essere geloso: sono tutti gradini scesi. E se lui si ferma lì ti va bene, ma tu non sai dove sei.
Poi ci sono gli altri, quando dici tutte quelle cose con le amiche: che quella là ha fatto carriera perché è andata a letto col suo capo, che le donne sono perfide, non sanno fare amicizia tra loro, che quella che mi ha portato via il fidanzato è una zoccola, che quell’altra non dovrebbe andare in giro conciata così, che anche lei ha i suoi torti se lui la picchi, che se viene stuprata a una festa se l’è cercata. Ecco sono tutti gradini che scendi. Molte si fermano a un certo punto, molte risalgono subito, poi ci sono quelle come me, che non si accorgono di precipitare.
Perché non è che le donne sono buone e gli uomini cattivi, no, è una questione di dare a ognuno la sua responsabilità. E cominciare a dire NO.
Ma non è che adesso se lui mi uccide la colpa è mia. È un reato, punto, e lui diventa un assassino, ma lungo la discesa dei gradini le responsabilità sono complicate.
Lui è responsabile delle sue azioni, io sono responsabile di aver creduto che lui avesse sempre delle buone ragioni, che fosse il suo carattere, che gli uomini sono fatti così. E poi ci sono tutti quelli intorno con la loro parte di responsabilità. Tutti quelli che continuano a pensare agli uomini come predatori e alle donne come prede. Tutti hanno la loro parte di responsabilità, tutte l’abbiamo se pensiamo che a noi non capita, che non ci riguarda, che non ci interessa.
Non puoi aspettare che qualcuno ti dica cosa devi fare, devi essere tu a prendere in mano la tua vita.
Anche decidere a chi chiedere aiuto, decidere chi puoi ascoltare, qual è il consiglio giusto da ascoltare tocca a me, lo so adesso.
Perché devo decidere se incontrarlo ancora, un’ultima volta, anche se sono scappata con i bambini, anche se il giudice ha detto che lui non si può avvicinare.
Sono io a decidere e posso ricordare il primo gradino sceso. Mi hanno insegnato che le donne sono tutte invidiose, che non ti devi fidare neanche delle amiche. È così che ho imparato a non fidarmi di me.
Le donne del centro mi hanno detto di non accettare un ultimo appuntamento, di non incontrarlo anche se lui piange e sembra pentito. Di non incontrarlo mai da sola.
Io sono confusa, non so cosa decidere, al telefono aveva la voce dei primi tempi, le persone possono cambiare, lui è sempre il padre dei miei figli, quando ha quella voce lì io mi sento ancora tremare, e non di paura.
Ma è di questo che devo avere paura, devo difendermi da me per proteggermi da lui.
Ti vogliamo viva e felice, mi ha detto una donna del centro. Posso fidarmi di una donna? Posso fidarmi di me?
 
 
 
Mi fido di me perché mi fido di voi. La parola magica per una donna è NO.
Anch’io mi voglio viva.
Ci vogliamo tutte vive.