Bilanci

Si fanno di solito quando qualcosa si conclude: la parola, con la sua allusione economica a entrate e uscite, e l’origine etimologica derivata dallo strumento per misurare il peso di un corpo, invita alla ricerca dell’equilibrio.
La parola bilancia è una variazione del tardo latino bi-lanx, termine composto che indica due piatti, oggetto diventato simbolo di giustizia proprio perché ciò che l’offesa, l’abuso, la prepotenza, l’iniquità, la prevaricazione, il delitto, tolgono alle persone e alla collettività, va risarcito.
Ciò che si misura sulla bilancia doveva avere originariamente il peso corrispettivo che consente di definire e comparare, concretezza per concretezza, fino a ristabilire l’equilibrio.
Nella geniale invenzione della partita doppia dare e avere sono in continua sistematica corrispondenza e, per il principio definito dualistico, devono coincidere.
Nel bilancio c’è sempre un equilibrio tra costi e ricavi, entrate e uscite: la differenza, piccola o grande che sia, non è un vuoto, ha sempre un nome che la definisce e quantifica ed è quel nome, avanzo o disavanzo, che indica la direzione per immaginare il futuro.
Fare un bilancio significa segnare un passaggio, estrarre dalla continuità del tempo un segmento al quale attribuiamo un significato, definendone i confini che ci consentono di fermare gli eventi e ricondurli alle scansioni della nostra vita.
Si fa ogni anno, col rito di una festa scaramantica in cui mutando abito, abitudini e luoghi abitati costringiamo il tempo a fermarsi dentro lo scenario della nostra illusione di poterlo amministrare.
Fuori dalle strutture astratte dell’economia, che cercano di incasellare il dare-avere degli individui nelle gabbie inventate per governare il capriccio dei flussi finanziari, il bilancio non si presenta a scadenze prefissate, ma s’impone in circostanze, anche imprevedibili, agli snodi della storia o delle storie di tutti/e e ognuno/a.
Seppure non volessimo utilizzare la sconcia figura di Berlusconi per segnare la tappa con un bilancio, il cambiamento dello scenario politico che s’impone al paese, anche con la sobria fisiognomica del nuovo governo, ci sollecita alla riflessione.
Se il vecchio governo ammiccava al peggio, degli individui e della società, esaltando comportamenti iniqui, ingiusti, immorali, sbeffeggiando i diritti di cittadinanza ancora così fragili, questo governo ha un piglio genitoriale che evoca comunque scenari arcaici di sudditanza.
Se nei confronti del vecchio governo ero indignata, questo m’infastidisce profondamente per il bon ton di una borghesia alla quale si appartiene per generazione e si consolida con tutto ciò che di meglio possono offrire famiglia, ottime scuole e straordinarie opportunità.
Il vecchio governo esibiva il peggio di una parte della popolazione di colpo diventata, mediaticamente, maggioritaria, esaltandolo attraverso un populismo consapevolmente agito in forma manipolatoria.
Questo governo m’infastidisce perché mi affascina con la ricchezza non ostentata che allude, nemmeno tanto velatamente, alla bellezza di case, luoghi, interni, arredi, abitudini, stili di vita, frequentazioni, che mai possono essere semplicemente acquistati.
In ogni caso mi sento ridotta a suddita, espulsa dall’agire politico che non sia la protesta, visibile solo, e non sempre, se clamorosa.
Non condivido buona parte della manovra imposta dal governo Monti, dal quale non mi sento certo rappresentata, come del resto dal Parlamento costruito con una legge elettorale e una pratica partitica che hanno espulso in modo truffaldino interi settori della popolazione, riducendo la democrazia a un gioco delle parti nemmeno liberale.
Tutto il peggio immaginato negli anni Ottanta si è realizzato e noi, donne e uomini che avevano seminato tutte le speranze possibili, abbiamo visto il raccolto distrutto da una serie di azioni dissennate che, a posteriori, si presentano con l’esito di una tempesta.
 
Da dove ricominciare? Nella mia infanzia in campagna la prima azione era quella di riparare.  Cose e persone, attrezzi e animali, se possibile il raccolto, venivano messi al riparo, poi ci si raccoglieva in casa in attesa che spiovesse scambiando preoccupazioni e speranze, ma in un modo che produceva calore umano, così che a noi bambini sembrava una festa.
Ciò che accadeva dopo le pratiche di riparazione mi sembra oggi, nella memoria, un rito di risarcimento. Di fronte alla furia degli elementi naturali (così la definivano i libri), che distruggeva l’ambiente del lavoro contadino, le persone, le donne soprattutto, ricostituivano, attraverso i piccoli gesti di cura e il piacere della conversazione, il senso dell’essere ancora, e più di prima, un consorzio umano.
La paura per tuoni e lampi, e se arrivava la notte anche per l’oscurità in cui ci piombava l’assenza di luce elettrica, venivano leniti dalle risate e dalle fiammelle delle candele che avvicinavano noi piccoli ad una competenza, quella di maneggiare il fuoco, di solito proibita.
La perdita dei raccolti qualche volta era ingente, gli uomini azzardavano imprecazioni che le donne bloccavano con un’occhiata. Anche la disperazione era fuori luogo come un’inutile dissipazione.  
Avvertivo i sentimenti di ognuno piegarsi gemendo come gli alberi che vento e pioggia scuotevano impietosamente, ma la rabbia era contenuta, così come il dolore era compreso e si scioglievano nella muta reciproca gratitudine di esistere insieme.
Non era un mondo idilliaco, anzi, io soffrivo il linguaggio rude e l’affettività severa, ma in quei momenti la misura, dei sentimenti come dei gesti e delle parole, consentiva una vicinanza che ci addomesticava all’attesa.
Con il sole rinascevano le attività intrise di progetti e speranze.
 
Provo imbarazzo per l’arroganza rabbiosa delle lamentele a cui le persone si abbandonano anche quando non ne hanno ragione.
Qui, nella periferia del nord ancora tanto ricco in cui abito, uomini e donne sono ingrugnati come bambini che si sono abbandonati ad una festa senza limiti ed ora vengono richiamati severamente all’ordine. Molti mugugnano arroccati nella contabilità rapace delle rendite paventando possibili perdite che non intaccano comunque in nessun modo le loro vite e non si accorgono che tutto quello che hanno ammassato sul piatto della bilancia dalla parte dell’avidità genera lo squilibrio di cui soffrono, proprio perché non c’è, sull’altro piatto, la restituzione di quanto dovuto.
L’evasione fiscale che sfonda i limiti del ben vivere, oltre che del benessere collettivo, diventa mancanza: di tempo, relazioni, pensiero, sentimenti oltre che di servizi, istituzioni, progetti, occasioni, bellezza.
Abitano case troppo grandi e sempre più deserte, dentro le cui stanze vuote si amplifica ogni paura, radicate in un territorio defraudato della sua fertilità, ferito dalla cementificazione e dall’incuria, abbrutito dalla mancanza d’amore di chi lo considera solo proprietà.
L’avanzo, di denaro, capitali, immobili, accumulati è un disavanzo di memoria, speranza, possibilità.
Non sono certa che la sofferenza sociale sia dovuta alla recessione se quello che è stato chiamato progresso ci ha chiusi nella fortezza di un PIL fondato sulla desertificazione della convivenza, la distruzione dell’ambiente, la guerra ai poveri.
Forse abbiamo bisogno di ritrovarci a riparare i danni che il governo dissennato dell’economia ha inferto alle nostre vite ritrovando quei gesti quotidiani di cura di cui le donne per millenni hanno conservato e tramandato il sapere, anche in condizioni di subalternità.
Oggi possiamo essere mortificate, discriminate, licenziate, escluse dall’informazione e dalle sedi di decisione politica, perfino stuprate e uccise, ma non siamo più subalterne. Non lo siamo noi donne e quindi non lo sono operai e operaie, lavoratori e lavoratrici dipendenti, perfino donne e uomini sfruttati e schiavizzati sul cui dolore abbiamo costruito la nostra abbondanza.
Ogni tempo ha le sue necessità e forse a noi tocca riparare i danni, uscire dalle complicità, riattivare le energie che avevamo lasciate inutilizzate.
In questo non c’è età che tenga, ognuno, donne e uomini, vecchi e giovani, è chiamato, chiamata, a fare la sua parte, a mettere risorse e talenti, esperienza e immaginazione, con lucidità e mitezza, coraggio e senso del limite, con incisiva sobrietà e un pizzico di leggerezza.
“Tutto comincia quando tutto pare incarbonirsi” dice il poeta. (Montale, 1948)
Noi, possiamo essere determinate e sorridenti, come le donne impreviste di tutte le stagioni nuove.
 
In Marea 1/2012