Nell’anfiteatro quadrangolare del mio microscopico quartiere, quasi sempre silenzioso, le rare voci risuonano e giungono alla finestra del primo piano nascoste dal sipario dell’oleandro rosa generosamente fiorito.
Le rare voci arrivano come battute di prove teatrali ovattate dal velo sonoro di fruscii e cinguettii che definisco silenzio accompagnando qualche presenza infantile.
Le bambine vengono salutate con l’appellativo “principessa”, i bambini sono “campione”.
Per quanto rare le voci che ripetono i due appellativi superano la soglia della mia concentrazione chiamando la mia attenzione.
Le principesse andranno informate che i titoli nobiliari sono decaduti con la nascita della Repubblica democratica e mi chiedo se ci sarà qualcuno o qualcuna capace di spiegare il fatto che sono cittadine, che crescendo avranno diritti e doveri, responsabilità da misurare con i desideri, che fare la principessa è un gioco, una recita divertente tra molte altre.
I campioni sono implicitamente spinti alla gara per diventarlo, come se la vita fosse tutta racchiusa in un campo di calcio. Una spinta brutale che immette nell’età della crescita il fantasma della selezione, l’ansia della competizione.
L’aura vezzeggiante dei due appellativi, propinati con toni affettuosi, nasconde significati aberranti, l’ombra di antiche e rinnovate ingiustizie fondate sul privilegio e l’esclusione, piccoli corpi precocemente infilati in ruoli, mercificati in precoci sottomissioni alla divisa, che sia l’abito scintillante o la maglietta numerata, ingabbiati negli stereotipi che la lingua impone ai pensieri. Si tratta della lingua affettiva, famigliare, madre, che agisce come infibulazione del cervello nella concretezza delle interazioni quotidiane.
Le donne che hanno liberato l’Italia dal nazifascismo e hanno scritto la Costituzione avevano nel cuore l’infanzia e la sua liberazione, dalla povertà materiale come dai vincoli oppressivi del familismo.
Bambini e bambine non sono un investimento la cui rendita certifica la famiglia di un bollino di qualità, sono il futuro che ci cresce accanto.
Stamattina vorrei che la principessa e il campione sperimentassero la libertà di inventare giochi nel piazzale di fronte: aspetto le loro voci liberate come l’ultima, unica, speranza, per questo territorio asservito.
Stereotipi di genere e cultura: una lunga durata
Testo pubblicato in: Roberta De Pasquale (a cura di), Liberi da stereotipi. Educhiamo al rispetto, costruiamo parità, Bergamo University Press, Sestante Edizioni, Bergamo 2020
Quando, intorno alla metà del X secolo, Adalberone di Laon[1]fissa l’immagine di un ordine sociale diviso tra coloro che pregano, coloro che combattono e coloro che lavorano, semplificando la complessità del nascente mondo feudale nella teoria statica che mette ognuno al posto decretato da Dio, è evidente che le donne non ci sono.
Le donne sono le invisibili, in ognuno dei tre ordini, perché a loro è affidato il compito di riproduttrici, più vicine al mondo animale che a quello umano, di cui rappresentano l’imperfezione, per una convinzione che arriva dalla cultura greca, attraversa la storia romana e sopravvivrà intatta fino al Settecento.[2]
Adalberone registra e fissa un’assenza, traghettando nella nascente società europea, che si sta formando intorno a nuove e diverse centralità politiche, una diversa cultura religiosa, nuove lingue locali, un’idea dell’esistenza femminile come accessoria che arriva fino a noi.
L’invisibilità è il primo fondamento culturale degli stereotipi di genere e sessisti, perché l’invisibilità è la pagina bianca su cui si può scrivere senza tener conto della realtà.
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